Marinella Venegoni ci parla di… Peter Gabriel (1)

Non è possibile accennare in queste poche righe alla complessità poliedrica e geniale di un artista come Peter Gabriel. Non sarebbero sufficienti neppure per tratteggiare a grandi linee l’importanza e la grandezza che ha avuto, nella Storia del Rock, la band di cui fu indiscusso leader e cantante: i Genesis. Nell’articolo che segue, e nei successivi che presto proporremo, Marinella Venegoni descrive col la solita efficacia l’evento musicale da cui ha preso le mosse uno dei concerti che resterà nella storia della musica come “summa tecnologico/poetica”, e cioè il “Growing Up Tour”: musica da ascoltare e soprattutto da vedere…

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In questa occasione Marinella Venegoni scrisse sulla «Stampa» del 26 aprile 2003:

A STOCCOLMA IL CONCERTO DEL «FUORICLASSE CRESCIUTO» CHE ARRIVERÀ ANCHE IN ITALIA
L’evento è imperdibile perché difficilmente Peter Gabriel riuscirà a ripetere una simile impresa all’interno del suo complesso percorso artistico. Il «Growing Up Tour» è una specie di summa tecnologico/poetica di tutto l’universo visionario gabrieliano; una macchina complicata da manovrare, con un’infinità di quadri e soluzioni ingegnose (anche nei suoni), con i prodi musicisti costretti a piegarsi (divertiti) a continui cambi di posizione. Un esperimento mai tentato da alcuno a questi livelli: perché, con tutto il rispetto, una cosa è mettersi lì a suonare e cantare il rock’n’roll che già parla da sé con la sua epicità, come fanno gli Stones o Springsteen; e tutt’altra cosa è invece illustrare un mondo musicale concettuale com’è quello di Gabriel, attraverso le suggestioni di sorprendenti metafore fisiche, fra gigantesche strutture metalliche che vanno cioè su, poi giù. Al centro dell’arena c’è un palco rotondo pieno di botole che fanno apparire e scomparire i musicisti. Ed è un palco dal bordo scorrevole, sormontato da una piattaforma che poi scende a formare un ulteriore piano di scena. E capita che la piattaforma si abbassi e si alzi, lasciando cadere una mongolfiera che fa da sfondo alle proiezioni ma infine si apre, rivelando altri simboli. E c’è poi l’enorme pallone di plastica dentro il quale saltare e rotolarsi durante «Growing Up», come avevamo visto al Festival di Sanremo; però con triplicato effetto spettacolare, in una sorta di gioioso ritorno al grembo materno. «Growing Up» – titolo del tour europeo che ha debuttato l’altra sera nella gelida e incantata Stoccolma, dentro il Globe che spesso l’inventore della World Music usa come partenza dei suoi spettacoli significa crescere. E crescere (non solo per l’anagrafe ma soprattutto nella mente) è un lavoro davvero complicato, se uno ci si mette con il giusto impegno. Peter Gabriel a questo deve aver pensato accingendosi al giro che arriverà in Italia per far conoscere l’album «Up»; non andava in tournée dal «Secret World live» del ’93, quando con «Us» stupì i popoli cantando su un nastro trasportatore (presto imitato dai nostri artisti più attenti). Ma è un pallido ricordo, quello, se paragonato alla forza tecnologica che l’artista mette in campo oggi. Crescere, ci spiega Peter Gabriel con le sue macchine, è fatica e ricerca, dentro e fuori di noi: è tornare alle origini (e il concerto si apre con «Here Comes the Flood), dal primo album dopo i Genesis, nel ‘77); è camminare a testa in giù mentre si canta, come fa lui durante «Downside Up», imbragato da una corda alla piattaforma superiore insieme con la figlia corista Melarne: si capisce qui, nel brano tratto da «Ovo», che l’artista è ancora coinvolto emotivamente nella colonna sonora del farraginoso e acrobatico show per il Millenium Dome di Londra. Ma crescere è anche cercar di correre e accorgersi che non si ha tutto quel fiato che si pensava: al cinquantatreenne Peter di fisico robusto, accade nel bel sabba ritmico di «Secret World», e non è che l’inizio di 2 ore di show. Lui comunque se la cava benissimo. Ben si vede come la sua mente entri divertita in ogni meccanismo in azione, mentre suona la tastiera che scivola sul palco e somiglia a una scrivania: spesso l’abbandona per esplorare i dintorni, o per giocare al regista con telecamera nel «Barry Williams Show». Il repertorio trascorre appunto fra il primo album del 77, «Us», «Ovo» e «Up». Gabriel canta bene, e illustra spesso (anche in svedese, come farà da noi in italiano) i concetti delle canzoni. Magnifici l’impianto sonoro e gli arrangiamenti dei brani, fra echi ambient, fughe etno, ritmiche afro, rock e ballads d’epoca come «Solsbury Hill». Spesso la batteria di Ged Lynch è sopita in una casetta di plastica; al loro meglio il chitarrista David Rhodes, il bassista Tony Levin in curioso kaftano nero, l’intrepida tastierista Rachel Z, il polistrumentista Richard Evans. I Blind Boys of Alabama, qui registrati, saranno presenti in Italia a cantare su «Sky Blue» con la quale Gabriel ricorda la propria fascinazione per le bluesbands nei ’60. In «Sledgehammer» gioca indossando una curiosa giacca nera con enormi lampadine accese; poi si chiude con un sospiro sulla vita che viene e va, con «Father Son»: «Mio padre ha 94 anni. Abbiamo fatto qualche tempo fa una vacanza insieme e ho riscoperto il nostro rapporto, la sua fisicità». E’ la chiusura, con trionfo, di Stoccolma.

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