Barbara, ovvero storia di un incontro casuale (complice la proposta di Seeyousound)

Lo so, siamo una biblioteca musicale e non abbiamo dedicato neanche una parola all’edizione appena chiusa del Festival di Sanremo. Ma bisogna riconoscere i propri limiti (anche se ci stiamo avventurando non poco) e lasciare che di certi argomenti parlino i molti e più preparati altri.
Alle parole, agli strumenti e ai tempi che ci mancano, preferiamo la sedimentazione lenta, unita alla volontà di assecondare le circostanze casuali e gli incontri inaspettati.

Ricordate la notizia sul festival cinematografico dedicato alla musica che si è tenuto a Torino tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio?
Ecco, il mio incontro inaspettato con Barbara è avvenuto proprio in quella occasione e gli ignari artefici sono i curatori del festival, che hanno inserito nella programmazione il biopic girato dal regista francese Mathieu Amalric, premiato per la sua poetica narrativa nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017.

Cominciamo da qui: cos’è un biopic e chi era Barbara.

barbara-lily
Il biopic, nel gergo cinematografico, altro non è che un film che tratteggia, più o meno fedelmente e in maniera più o meno convenzionale, la biografia di una persona realmente vissuta. In questo caso, il film racconta frammenti di vita di Barbara, all’anagrafe Monique Serf, chanteuse francese che iniziò il suo percorso musicale con dei classicissimi studi di canto e pianoforte al Conservatorio di Parigi e proseguì con grande ostinazione sulla strada che ne fece una delle interpreti di quella generazione di artisti francesi non assimilabili alla moda dello ye ye ma saldamemte ancorati all’esperienza  degli autori-compositori-interpreti a vario titolo engagés che li avevano preceduti.
Nel film le immagini di Barbara e di Jeanne Balibar, l’attrice chiamata ad interpretarla, conducono lo spettatore in una sorta di trance ipnotico, amplificato dalla voce suadente, vera e finta – poco importa – della/e cantante/i. Perchè le due Barbara, quella vera e quella finta, si impastano, si sovrappongono, la prima con la sua gestualità iconica, la seconda con la ricerca ossessiva di una mimesi quasi inquietante e a tratti pienamente compiuta.

Siamo in Francia e tutto parte da Paris.
Se i Johnny Halliday e le Silvie Vartan incarnavano la canzone che fa il verso allammerica, facendosi interpreti di un genere di largo consumo a bassa intensità di impegno, gli anni fra il ’39 e il ’58 saranno quelli della nuova chanson d’auteur.
Musica minima, parole che portano il peso di un messaggio. I luoghi sono quelli da un centinaio di spettatori a sera, dove si canta a un passo dal pubblico e le paghe sono da fame: è la rive gauche, con i cabarets musical-letterari dell’Écluse, l’Echelle, la Fontaine des Quatres saisons (gestita da Pierre, il fratello di Jacques Prévert), ai quali fa eco la proposta dei non meno famosi locali della rive droite. Parigi e la sua quintessenza. Paris Canaille
I grandi del momento sono Georges Brassens, Jaques Brel, il più volte censurato e ostracizzato Léo Ferré e più tardi Serge Gainsbourg. Se vi è mancata la fortuna di avere accanto chi già nella sua gioventù d’oltremare li ascoltava alla radio, trasferendo poi quella passione alla famiglia di nuova generazione torinese, vi consiglio di buttarvi sul web e sfidare, se non altro, i testi di Brassens e Ferré e l’irresistibile erre arrotata di Brel con le sue Flamandes e i suoi Bourgeois (ma forse conoscete il successo mondiale Ne me quitte pas, fatto rimbalzare dalle migliori voci del pianeta). D’altra parte l’esperienza di questi artisti è stata la linfa che ha consentito ai molti italiani che li hanno guardati come esempio di costruire un loro percorso di cantautorato, in alcuni casi attingendo direttamente ai singoli brani, riproponedoli tradotti (e avete capito che stiamo parlando in primo luogo di Fabrizio De André e Giorgio Gaber).

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Leggere le pagine dei libri che raccontano quel mondo o vedere film come quello proposto al festival fanno venir voglia, a prescindere dallo storytelling e l’abilità narrativa di chi scrive o gira, di fare – perdonate la banalità – un tuffo nel passato. E possibilmente conoscere meglio. Perché i nomi delle chanteuse che intrecciano le loro storie con quelle di Georges, Jacques, Boris Vian, Yves Montand e molti altri hanno l’aspetto e le storie di vita difficili di Édith Piaf, Juliette Gréco, Barbara.
La vita di Édith fu un tale concentrato di disgrazie, trionfi, genio e sregolatezza
che sembra quasi impossibile possa esser stata veramente vissuta. La Piaf è quella di Milord, di Je ne regrette rien, de La vie en rose, titoli che fanno salire la pelle d’oca al solo evocarli e che in molti casi sono legati alle sue numerose liaisons amoureuses. Perché è proprio pensando a Montand che un giorno lei si mette a canticchiare Quand il me prend dans ces bras, qu’il me parle tous bas… musicata poi da Marguerite Monnot, la stessa che metterà in note Milord, insieme all’ombroso e affascinante Georges Moustaki; ci saranno anche Varenagh Aznavourian, il giovane immigrato armeno che conosciamo con il suo nome d’arte Charles Aznavour e Marcel Cerdan, pugile, l’amore della sua vita, alla morte del quale il passerotto si squaglia come neve al sole senza mai riprendersi veramente.

Juliette Gréco nella sua autobiografia si definisce un animale selvaggio […] ‘chiusa in me stessa e marcata dall’orrore della guerra. Non volevo più comunicare con gli esseri umani. Ma c’era Boris Vian con la sua tromba e i suoi fratelli. E Boris cominciò a salvarmi dalla mia depressione proprio al Tabou…’ Convinta dall’amica Anne-Marie Cazalis – con la quale consumava le sue nottate bohémiennes – aiutata da Sartre, inizia ad esibirsi al Boeuf sur le Toit e sera dopo sera, indossando il suo abito nero, diventa un’icona dello stile rive gauche, la Musa dell’esistenzialismo.

Ma lei, Barbara, era diversa da Juliette e diversa da Édith e in Italia poco è arrivato della sua arte e della sua fama francese.
I contenuti, il gesto sapientemente studiato e condotto, la classe, la voce: c’è questo nei suoi brani e nella sua interpretazione. La seduzione discreta ed elegante è il suo tratto; l’esile corporatura, i lineamenti irregolari, l’immancabile kajal sugli occhi spesso nascosti dietro occhiali da sole dalla grande montatura sono il suo segno; come lo è il suo abbigliamento sobrio e sofisticato insieme, nero, quasi sempre.
L’adolescenza è drammaticamente segnata dagli abusi del padre e il dolore di quell’esperienza l’accompagnò sempre, trasferito e cristallizzato nei testi di due suoi intensi brani, Au couer de la nuit e L’aigle noir.
La gavetta è dura e pur di frequentare i locali dai quali sa di dover partire, si presta a lavorare come lavapiatti alla Fontaine des Quatres saisons, quando ad esibirsi erano proprio Vian e la Gréco.
Il legame con Brel, di amicizia e collaborazone artistica, i primi passaggi alla radio belga, il contratto con quella che noi conosciamo come La voce del padrone la fanno crescere e il suo nome inizia a circolare, insieme a quello dei ‘grandi’.
Barbara scrive. Scrive le sue canzoni e la sua musica e nel 1964 esce l’album Barbara chante Barbara, che verrà presentato al Bobino, dove il suo rapporto sempre più intenso con il pubblico si farà canzone ne Ma plus belle histoire d’amour (La mia più bella storia d’amore).
Barbara non era solo personaggio. Più che mai era persona. Le sue canzoni raccontano solitudini e dolore, quello provato nel suo stare al mondo e nel sapere altri vivere tormenti simili. Tenterà il suicidio, capirà Brel nel suo esilio malato e inquieto, standogli vicino fino alla fine, continuerà a scrivere, girerà film, collaborerà con l’amico Maurice Béjart e andrà a cantare al Metropolitan di New York invitata da Mikhail Baryshnikov che danzerà coreografie sulle sue canzoni. Verrà anche insignita del Gran Prix National della canzone francese.
Sceglie di aver casa in campagna, a Precy, nel dipartimento di Seine et Marne. Lì si ritirerà e smetterà di vivere nel 1977.

Je sais que tes amour sont mortes… Je suis revenus, me voilà (La solitude)

N.B. Gianni, che ci legge da Imperia e che ha avuto la fortuna di sentire Barbara in occasione di un concerto che tenne a Genova,  ci ha chiamato per dirci che è improbabile che Barbara abbia studiato pianoforte. Nella sua autobiografia incompiuta fa infatti cenno ad un problema alla mano destra che la costrinse a ben sette interventi e che il suo approccio al pianoforte fu da autodidatta.
Grazie Gianni!

Io ho letto Maledetti francesi di Giangilberto Monti (in Biblioteca con collocazione VEN59) e La canzone francese a cura di Guido Armellini (collocazione VEN76)

In Biblioteca trovate anche Brassens: tutte le canzoni tradotte a cura di Nanni Svampa e Mario Mascioli (collocazione 805.E.58) e Brassens in italiano: 110 canzoni tradotte da Giuseppe Setaro con testi francesi a fronte e accordi per chitarra (collocazione 809.C.98 – 12)

4 risposte a "Barbara, ovvero storia di un incontro casuale (complice la proposta di Seeyousound)"

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  1. Scoperta proprio l’altro giorno, l’ho ascoltata per ore e oggi mi arriva questo articolo nella mail! anche questo è un incontro inaspettato.
    grazie!

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