Marinella Venegoni ci parla di… Peter Gabriel (3)

In questo terzo articolo, che qui proponiamo, Marinella Venegoni, ne La Stampa del 14 settembre 2002, trae spunto dalla imminente pubblicazione di “Up”, un disco intricato, difficile, a molteplici strati di lettura e di fruizione, per parlarci ancora di Peter Gabriel. La veloce quanto lucida disamina del nuovo lavoro  ci restituisce la figura di un artista dalla imponente caratura non solo creativa e tecnica, bensì largamente estetizzante nei suoi contenuti metaforici e simbolici.  Così come Venegoni scrive, la musica di Peter Gabriel si muove su di un registro semplicemente “altro” rispetto al resto del mondo: l’ascolto del brano Signal to Noise, con il suo impetuoso crescendo orchestrale e pathos compositivo, invita ancora oggi  tenersi stretto questo disco….”. 

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PETER GABRIEL, ESTETA DI MONDI LONTANISSIMI

Si ascolta, con pazienza, e si capisce subito che Peter Gabriel non aveva fretta di terminare, «Up», che uscirà il 20 settembre prossimo, preceduto da due concerti straesauriti lunedì 16 e mercoledì 18 all’Alcatraz di Milano. E’ noto a tutti che il padre della World Music ci ha messo 10 anni a registrare questo disco: così tanti, che nel frattempo è pesantemente invecchiato (ha divorziato, ha avuto un bimbo e s’è appena risposato in Sardegna; è incanutito e ingrassato) ed è stato perfino un po’ dimenticato, al punto che il primo pezzo, Darkness, fa venire in mente i Pink Ployd e altrove capita di ricordarsi dell’assai più attivo Sting: inoltre il titolo – ampiamente annunciato – gli è stato già fregato almeno un paio di volte (una delle quali da quell’angelo caduto che è Michael Stipe) e anche questo deve aver contribuito a trovare nuove scuse per rallentare i lavori. «Up» suona, in generale, come un oltraggio insopportabile ai suoni che si ascoltano in giro. Non potrebbe essere ovviamente gustato al telefono, mezzo inidoneo alla musica propriamente intesa, e rivela ritmi di ricerca che oggi nessuno si permette più anche potendo; ha sofisticatezze, e raffinatezze minuscole, e rimandi a catena (fin dalla copertina, con una fila di gocce d’acqua ingrandite nelle quali si specchia la sua faccia) tipici di uno che vive a una velocità diversa da quella che il mondo impone ormai ai suoi abitanti febbrilmente annegati nel mercato. Va detto che non sempre questo è un bene, perché attraversando i dieci brani (che possono durare ben oltre i sette minuti) capita anche di inciampare in qualche manierismo sonoro, e numerosi ascolti sono di rigore per entrare dentro un mondo lontano – ma non troppo, in fondo – da quello del Peter Gabriel che fu, il geniale ragazzo uscito dai Genesis per avventurarsi nella carriera solista. Il ritmo, tradizionale punto di interesse speculativo di Gabriel, gioca una parte strumentale a una poetica che si sforza sempre di contemperare la razionalità con l’istinto. Esemplare è Growing Up (Crescere), cavalcata sonora apparentemente primitiva dentro astrazioni concettuali, dove la crescita è intesa in senso spaziale («crescere, crescere / in cerca di un luogo dove vivere»); altrove, in un universo sempre sorvegliatissimo, a prendere il sopravvento sono umane riflessioni intorno alla fine: No Way Out e I Grieve, approfondimenti sullo stesso tema, sembrano accompagnare lucidamente immagini di morte e decomposizione. Un omaggio Peter Gabriel se lo doveva, e se lo fa con Signal to Noise, pezzo che ha un ospite di assoluto rilievo come il compianto artista pakistano Nusrath Fateli Alì Khan, che l’ex Genesis ha fatto conoscere in occidente grazie alle sue ricerche sulle musiche del mondo. Il brano parla della necessità dello scambio fra esseri umani (ricevere e trasmettere…) e tenta ambiziosamente di compenetrare suggestioni di tipo sinfonico con l’incredibile voce di Nusrath, che dà letteralmente i brividi. E’ questo il momento più alto di «Up». Un disco cerebrale, che non somiglia per nulla ad uno dei suoi brani: The Barry Williams Show, il singolo di cui si fa un gran parlare per via di un video girato da Sean Penn così realistico e provocatoriamente crudo che la maggior parte delle tv ha deciso di trasmetterlo solo a ore tarde. E’ una canzone che quando parte sembra cugina di Tom Waits; caricaturalmente, con un sarcasmo cattivissimo quanto efficace, racconta i guasti dei reality show televisivi ormai tristemente noti in tutto il mondo: «“Più grande è il dolore che sopportano / più sai che gli ascolti saliranno…”, “La mia amante mi ha rubato la ragazza”, “Continuo a picchiare la mia ex”, “Voglio uccidere il mio vicino”, “Amo lo stupratore di mia figlia”, “La mia vita è finita nel cesso”». Qui è come se Peter Gabriel dimenticasse in casa per un momento tutto il suo raffinato cerebralismo, trasformandosi in uno spietato fustigatore di (mal)costumi.

Disco-bibliografia su Peter Gabriel

 

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