Joy Division

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Sorge spesso una domanda molto semplice e spontanea quando l’ultima nota dei Joy Division si spegne nei nostri ascolti: perché una band che ha attraversato questo universo come una veloce e splendente meteora ha lasciato dietro di sé una storia unica, originale, assolutamente pregnante e viva nella memoria storica della musica? Sembrerebbe apparentemente semplice offrire una risposta scontata, ma non è così. Innanzitutto perché la storia della band inglese viaggia in perfetta sintonia con la sconfitta di una intera generazione ed è inquadrata in cambiamenti strutturali della società europea e britannica. Quest’ultima tendeva già ad una rivolta punk, il cui obiettivo dichiarato era quello di scardinare, attraverso un estremo concetto di proposta artistica, le basi stesse dell’ordinamento sociale. Secondo questo concetto, l’arte, o la musica, non possono mai prescindere da un profondo sentimento del tragico e allo stesso tempo scevro da qualsivoglia consenso o successo e ancor più piegato a tesi auto consolatorie, auto assolutorie. L’arte, o la musica, sono le chiavi per una battaglia che coinvolge irrimediabilmente ogni energia vitale, ogni più recondito segreto che si annida e dorme nel nucleo più nascosto dell’essere. In questo primo inquadramento, la musica dei Joy Division è mitica e tragica allo stesso tempo ed è esattamente ciò che ne innalza la loro inscalfibile grandezza.

In principio si chiamarono Warsaw, e fecero discutere di sé per alcune presunte simpatie filonaziste a seguito di certe dichiarazioni di Jan Curtis, cantante e figura centrale della band, in occasione di concerti dal vivo, a proposito del gerarca Rudolph Hesse: dichiarazioni che in seguito si dimostrarono inconsistenti e furono definitivamente fugate. Dopo un apprendistato nell’ombra, i Warsaw si apprestarono a mutare non solo la loro storia ma anche quella della musica rock degli anni a venire: alla fine del 1977 decisero di cambiare nome a causa di un curioso romanzo dell’ebreo polacco Ka-Tzetnik (135633, numero di matricola tatuato sull’avambraccio degli ebrei deportati nei lager nazisti): nel romanzo si narra la storia della giovanissima ebrea Daniella, prelevata dal ghetto di Varsavia dalle squadracce naziste e portata in un campo di lavoro, presto tramutatosi in un bordello ad uso delle gerarchie delle SS e soprannominato provocatoriamente “Divisione della gioa”: Joy Division. A questo punto, una intensa attività concertistica live li porterà in breve tempo ad essere notati non solo da schiere di estimatori ma soprattutto da critici musicali, operatori discografici, produttori. Il suono della band è maturato, è più consapevole, più cupo, meno legato alle ortodossie punk bensì pregno di oscure venature e riflessi dark sul cui sottofondo si snodano leggere vibrazioni elettroniche. Ma sono soprattutto i testi di Jan Curtis a farsi più intensi, più poeticamente segnati dalla fine imminente e privi di speranza e di luce, a rappresentare con spietato realismo la condizione di una intera generazione tagliata fuori da ogni prospettiva e futuro. Forse da qui nasce, seppur inconsapevolmente da parte dei Joy Division, la loro leggenda. Il sound della band, unito alla propensione sempre più accentuata del gruppo verso atmosfere “dark”, diventò il marchio inconfondibile, il prototipo, il riferimento obbligato per il “post punk”, coniando un suono gelido, geometrico, che sembra rimbombare nel vuoto, scandito dai disperati echi della chitarra e da ritmi semplici e pulsanti: è proprio la sezione ritmica, forse, che ha saputo trarre la maggior forza espressiva musicale nella propria semplicità. Ma il successo crescente farà emergere un problema estremamente serio che avrà ripercussioni pesantissime sulla intera loro carriera: l’epilessia di Jan Curtis, i cui violenti attacchi durante i concerti, oltre a minarne la salute psicofisica, ne condizionano anche le esibizioni sui palchi. In alcune occasioni, Jan Curtis stramazzò al suolo in preda a violente e spaventose convulsioni… Unknown Pleasure uscì nel luglio del 1979 e resta ancora oggi uno dei più potenti dischi della storia del rock: spogliato dalle precedenti ingenuità, il suono ormai maturo viaggia su oscure sonorità buie come un cielo invernale, muri di disperazione umana si innalzano vertiginosi verso l’apoteosi di sudari funerei fra fuochi neri di puro dolore. La musica è gelida come gelida è la voce che canta parole che esprimono la più totale solitudine, parole annichilite dalla paura e dalla sfiducia verso tutto e tutti: ma senza mai piangersi addosso. Jan Curtis accetta semplicemente la propria totale sconfitta come qualcosa di perfettamente logico, normale, naturale e per questo le sue parole esprimono una forza interiore. Qui, proprio qui, sta l’immensa forza della musica dei Joy Division, in grado di abbattere totalmente le difese emozionali di chi ascolta. Il disco scorre esprimendo e snocciolando brano dopo brano una sorta di gelida distanza emotiva che lo rende, a distanza di anni, un’opera epocale, sconvolgente, saturo di emozioni pietrificate e quasi annullate, in perfetto equilibrio fra i musicisti.  Vogliamo qui ricordare la celestiale “Atmosphere”, una delle canzoni più belle, poetiche e disarmanti mai scritta. Colpisce il suono della batteria fuori sincrono di Stephen Morris, la voce affilata e potente di Curtis, profonda e cupa nello stesso tempo, il basso pulsante di Hook e la chitarra di Summer, che sembra tagli le carni del suono come lame d’acciaio. Il successo del disco mise in chiara difficoltà l’etichetta discografica Factory: le diecimila copie stampate furono ben presto esaurite e non fu possibile rimpiazzarle subito con nuove copie. E mentre gli attacchi epilettici si intensificavano, Jan Curtis sembrava precipitare in una crisi da discesa negli inferi, a cui si aggiungeva l’ormai dichiarato fallimento del matrimonio con la moglie Deborah, che porterà i due alla inevitabile separazione. Nei discorsi con gli amici trapelava sempre più spesso il riferimento al suicidio come momento catartico e liberatorio: nell’aprile del 1980 venne inciso in versione 7” l’indimenticabile “Love will tear us apart”, che uscirà postumo dopo la morte di Jan Curtis e che prefigura l’ultimo presagio del dramma della sua parabola umana. Closer venne inciso nel marzo del 1980 e uscirà dopo il suicidio di Curtis: è interessante notare la copertina del disco, su cui è stampata una foto di Bernard Wolff, scattata nel cimitero di Staglieno, a Genova, che ritrae un sepolcro monumentale la cui sommità è sormontata da un angelo piegato sulla lastra tombale. L’atmosfera di prevedibile lutto campeggia in tutti i solchi del disco, colmo di indizi, presagi, sfumature. Si tratta di un viaggio senza ritorno composto da nove canzoni che dietro la loro calma apparente nascondono una sofferenza psicologica insopportabile. Tutto parla di morte: Curtis rende perfettamente comprensibile il suo tormento, rende “universale” la sua disperazione, ci abbandona soli davanti alla sua enorme forza interiore, quella forza che riusciva a esprimere solo attraverso la sua arte, mostrando in scena il suo epitaffio, con tanto di marcia funebre (“The Eternal“) e ci parla con la serenità di chi ha già preso la sua decisione, anzi di chi ha già messo in atto la sua decisione. Ci parla di sé, osservando la sua incompatibilità col mondo e la sua sconfitta e trae le conclusioni più logiche e naturali. E i suoi compagni lo assecondano con una compostezza che va diritta al cuore.  Ad un passo dalla consacrazione mondiale, in vista di un tour americano (si trattava per un contratto con una major come la Warner), Jan Curtis, all’alba del 18 maggio 1980, a soli 23 anni, si impiccò e venne trovato la mattina dopo dalla moglie Deborah Woodruff. La morte riportò la pace sulla strada che aveva deciso di abbandonare, in piena solitudine, così come è accaduto a tutti gli arcangeli caduti del rock. La tomba, da quel giorno, nel cimitero di Macclesfield, è stata meta di incessanti pellegrinaggi da ogni parte del mondo e non a caso, il titolo di una delle più belle canzoni mai scritte, “Love will tear usa part” (L’amore ci farà a pezzi), resterà inciso per sempre e indelebilmente nella storia della musica. All’indomani della sua morte i compagni di Ian Curtis rispettarono l’accordo e nel 1981 pubblicarono come New Order il nuovo lavoro intitolato Movement, che può considerarsi a tutti gli effetti il terzo lavoro dei Joy Division, sebbene con uso più marcato dei sintetizzatori. Tutto il disco evoca il fantasma del compagno perduto in modo ancora più spettrale: per la sua irreparabile perdita, tuttavia, resta il tributo, l’ultimo saluto, il congedo definitivo dalla sua memoria, per intraprendere una nuova strada, diversa, giustamente diversa. Per questo, la storia dei Joy Division termina qui.

Disco-bibliografia

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