Marinella Venegoni ci parla di… Enzo Jannacci

Ricorre alla fine del mese di marzo, precisamente il 29, il quinquennale della morte di Enzo Jannacci. Le sue radici artistiche affondano nella tradizione comica della musica italiana, sebbene sia il primo a fondere fra di loro comico e patetico, umorismo e critica sociale. Con apparente disincanto, Jannacci ha cantato l’emarginazione della sua Milano, le periferie cittadine e diseredate, i ritrovi e i bar dove una classe operaia sfruttata poteva ritrovarsi e riconoscersi. Restano indimenticabili alcune sue canzoni e le sue amicizie artistiche che non lo distrassero mai dal ruolo di medico cardiologo. Nell’articolo che segue, Marinella Venegoni pubblicò su La Stampa di venerdì 7 luglio 1989 una intervista all’artista milanese in occasione di un importante tour dal titolo: Trent’anni senza andare fuori tempo.

Jannacci_orizz

Enzo Jannacci, 54 anni ma non si vedono, compie 30 anni di musica. Il tour del giubileo s’intitola «Trent’anni senza andare fuori tempo” è partito l’altra sera da Carrara e non è un tour come gli altri, ma un’occasione per nostalgie, bilanci, orgogli, amarezze. Nel giardino di un albergo di Firenze sulle rive dell’Arno, Jannacci siede arrabbiato per le troppe cose che vanno storte. «Avevo già deciso di non far più tour, io. Non ho più voglia. Cosa devo ancora scrivere, ho composto più di mille pezzi. Invece ci ho ripensalo, ci sono dei brani ancora sconosciuti, come Quelli che, in tv non li hanno mai voluti».
Da stasera fino a domenica, al Castello Sforzesco di Milano, sono previste tre serate epiche di Jannacci con la band e molti dei suoi numerosissimi amici e compagni di strada di questi trent’anni… Oggi Dalla, Abatantuono e De Piscopo, domani sera Giorgio Gaber e Dario Fo, domenica Cochi, Renato, Massimo Boldi, Teocoli. E poi, a sorpresa, è annunciata anche Gigliola Cinquetti: «Che è stata l’unica a cantare in tutto il mondo un mio brano: Sfiorisci bel fiore». «Debbo chiamare Toffolo, debbo chiamare Faletti. e Andreasi», dice Jannacci agitandosi sulla sedia. Sembra però che la prevista registrazione dei tre eventi milanesi, ad opera di RAI1 E RAI 2, non avrà luogo, si perderà perciò uno degli obiettivi che Jannacci aveva perseguito con tenacia, di far conoscere a più gente le sue canzoni. “Non si capisce più niente, oltretutto non capita tutti i giorni di aver della gente così sul palco. Gaber non canta più, Cochi e Renato figuriamoci.
Le tre serate milanesi saranno anche l’occasione per registrare un doppio album dal vivo, che uscirà a settembre con la DDD. Un documento sonoro storico, che raggrupperà dopo vent’anni i protagonisti di una indimenticabile stagione di pionieri, cantautori e cabarettisti, «saltimbanchi» come riassume con una sua felice vecchia definizione: «Sono quelli con cui ho vissuto la mia vita da canterino, da fantasista. E’ bello perché hanno accettato tutti, con Gaber faremo Una fetta di limone, con Fo Ho visto un re.
Ma Jannacci come si sente in quest’occasione: un monumento? Un simbolo? «Sono contento della mia vita, anche se mi piacerebbe adesso aver qualche anno di meno. Rimpianti non ne ho, perché ci ho indovinato, soprattutto con mio figlio, per sei o sette anni ho scelto la professione di padre; ci ho indovinato, anche a interrompere quando volevano far di me un burattino, sono andato a studiare negli Stati Uniti. Al Policlinico mi hanno fatto pagare che facevo il cantautore, hanno montato uno scandalo giornalistico per far sapere a tutti che venivo cacciato per assenteismo. Mi ha fatto male: colleghi medici che avevo anche aiutato non hanno mosso un dito».
Gli emarginati — «Sono dei compagni di viaggio, sono un po’ dentro di me. L’escluso continua a esserci, magari anche contento, semmai è cambiato perché sono cambiate le cose, non c’è più l’ideologia, ma altri fenomeni più sostanziali: la droga, e la disperazione che è peggio della droga, come diceva la mia canzone di Sanremo».
Il Festival di Sanremo — «E’ stata una bella esperienza, soprattutto il tour nel mondo. Se me lo dicevi prima ha avuto un grande successo in Usa e in Giappone a Tokyo l’hanno tradotta, a NewYork stavo cantando in inglese e mi hanno chiesto di cantare in italiano».
Il dialetto — «Non si possono più scrivere canzoni in dialetto, ha il profumo del passato e se vuoi farti capire da tutti non va più bene neppure l’italiano. «Creuza de ma» di De André è un disco bellissimo ma nessuno lo capisce».
Il carattere — «Sono violento e rissoso, sono sempre stato incazzato. Lo divento per accuse gratuite, dura cinque secondi ma in quegli attimi non capisco più niente, a Palermo ho preso uno per il collo e meno male che me l’hanno tolto dalle mani. Una volta mi prostrava il perbenismo ideologico, poi ho scoperto che gli esami sono finiti e non ho più rispetto per chi non mi porta rispetto, vado a sberle».
I valori — «Mi rimane il rispetto per la gente, per chi lavora, per chi fatica e viene escluso. Perché ce ne sono ancora tanti che prendono la filovia, sa? C’è gente che non vuole figli perché sono possibili drogati o spacciatori, e facendo così crea il gioco dell’oca.
II potere — «Mi piacerebbe esser un uomo di potere se questo significasse aver per lo meno scoperto la cura per l’Aids o per il cancro. Userei il mio potere per fini umanitari e verrei ammazzato subito. Vorrei far star bene vecchi, bambini, handicappati».
Il Duemila — «Mi chiedo se ci sarò. Mi piacerebbe molto esserci per mio figlio, che allora avrà 28 anni».
La canzone — «Il mio preferito è Claudio Baglioni, mi commuovo a sentire la sua Uomini persi, si sente che c’è dietro Schumann. I suoi testi hanno una bellezza straordinaria e amore per la gente. La canzone italiana sta bene, i cantautori fanno cose egregie. Del rock, non mi faccia parlare: Gaber ed io abbiamo non solo creato Celentano, ma inventato i Bluesbrothers vent’anni prima di Belushi».

Disco-bibliografia

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