Evita a Torino. Il suggerimento di Franco

Non fraintendete, però. Franco è uno dei nostri volontari seniores, innamorato della musica e appassionato frequentatore di sale da concerto non solo torinesi. Sempre molto attento a quello che pubblichiamo, la scorsa settimana arriva dicendomi: perché non scrivi di Evita?
Ho deciso di non deluderlo, sperando di raccogliere qualche informazione che riesca a stuzzicare la curiosità di tutti.

Evita è il titolo di un musical in rampa di lancio al Teatro Regio di Torino, storia vera di Maria Eva Duarte de Peron e narrazione naturalmente così ben delineata della vita della donna simbolo della nazione argentina da riuscire ad esercitare una forza attrattiva irresistibile. Già pronta per un’elaborazione che abbia nel suo dna un incontrovertibile gigantismo.
Alla fatale attrazione non si sottrassero Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, autori delle musiche e dei testi della commedia musicale che da oggi verrà proposta al Regio e nomi che chi conosce un po’ l’evoluzione di questo genere musicale conosce bene. Per farvi capire, Lloyd Webber ha scritto i songs di Cats, Jesus Christ Superstar, The Phantom of the Opera, e con Tim Rice la collaborazione risale agli esordi di entrambi, quando scrissero The Likes of Us e poi Joseph and the Amazing Technicolor, un musical caleidoscopico e bizzarro che plasma a modo suo la storia del personaggio biblico di Giuseppe e che ho avuto la fortuna di vedere proprio grazie alla paziente raccolta del collezionista Franco…

Evita

Il musical è una passione che si sta diffondendo inaspettatamente, tanto che il Regio da qualche anno propone, ad intervallare la stagione operistica, famosi titoli di commedie musicali. Peraltro, non è l’unico teatro in città ad essersi accorto di questo nuovo entusiasmo per il teatro musicale nato nei paesi di lingua inglese e indissolubilmente legato alla cultura anglosassone.
Per citare Gianfranco Vinay, che al musical dedica un capitolo nell’Enciclopedia della musica di Einaudi, la fortuna della commedia musicale nel corso di un secolo segnato da numerosi e frequenti mutamenti (di mercato, di politica, di gusto e di costume) dimostra che questo tipo di teatro musicale, popolare in Inghilterra e Stati Uniti innanzi tutti, è dotato di due caratteri essenziali alla vitalità di un genere spettacolare nel lungo periodo: adattabilità alle trasformazioni e permanenza di un certo numero di convenzioni drammaturgiche […].
Ciò che ha permesso al musical di sopravvivere come genere dotato di una specifica natura spettacolare è proprio la permanenza di certe convenzioni che ne determinano la struttura profonda e soddisfano le attese del suo pubblico: del pubblico di oggi come quello di ieri.
C’è poi da fare una considerazione molto semplice e quasi lapalissiana: la struttura e gli strumenti del musical sono veramente pop, arrivano facilmente allo spettatore, che, attraverso i vari numeri di canto e ballo, il ritmo incalzante, la presenza del coro, di efficaci hit songs e riprese musicali a rinsaldarli, viene facilmente coinvolto e si sente partecipe. Le acrobazie linguistiche e il rapporto fra metrica e ritmo musicale possono anche sfuggire, ma ascoltando alcuni numeri è quasi impossibile non lasciarsi sedurre dal vortice ritmico e/o emozionale che un song sapientemente confezionato sa regalare.
D’altra parte il musical nasce dall’evoluzione di generi musicali che non definiremmo colti (consapevoli di quanto questo termine possa in alcuni momenti suonare come divisivo), prendendo corpo tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento grazie all’abilità di compositori e autori che si cimentano con meccanismi nuovi e rinnovato talento. Irving Berlin, George Gershwin, Jerome Kern nei loro musical degli anni Venti e Trenta riescono a incastonare la cantabilità melodica all’interno di un contesto musicale decisamente più vivace e concitato.
La fortuna dei musical, pur nella loro diversità e nei tanti sottogeneri che sono stati individuati, è data proprio da quella che viene definita la memorabilità di una o più canzoni di successo. Questo ha a che fare con quel principio di soddisfazione che la musica è in grado di regalare all’ascoltatore e che rimane valido per qualsiasi genere musicale. A volte la trama è quasi inesistente e il musical diventa una successione di numeri musicali al pari di una rivista, senza che questo ne condizioni riuscita e popolarità (si veda ad esempio Cats), ma, nel caso delle trasposizioni cinematografiche, la sinergia tra musical, disco (LP o CD) e cinema, ha contribuito a stimolare la produzione di musical basati più sulla quantità e la varietà di numeri musicali in funzione di una struttura narrativa articolata e complessa, che su una molteplicità di hit. 

Musical quindi è teatro ed è cinema.  Anche business.
Fare teatro musicale a Broadway è diverso dal farlo qui in Europa. Non è solo questione legata al tipo di intrattenimento, quanto di non comune ritualità e differente consuetudine. Vien facile capirlo se ci si trova ad emergere dal sottosuolo ferrato della metropolitana di New York alla fermata di Times Square per imboccare la Broadway (Theatre). Ci si sente catapultati in una dimensione che può essere elettrizzante, certo, ma anche destabilizzante. Qualcuno direbbe una full immersion: traffico, rumore, infilata di teatri e insegne che gridano a gran voce titoli che in alcuni casi stanno lì da mezzo secolo, replica dopo replica.

Tornando ad Evita, il musical è lo stesso che ha vissuto il suo adattamento cinematografico in quello che un articolo di molti anni fa del New York Times è stato definito un esempio di matrimonio ad alto rischio tra arte e commercio.
Il musical vive innanzitutto in una incisione discografica per poi essere rappresentato in scena per la prima volta a Londra nel 1978. Successivamente debutta a Broadway e lì rimane dal 1979 al 1983, salvo approdare in molti Paesi diversi e in ritorni (revival) negli stessi luoghi dai quali è partito.
I dati, comunque non aggiornati, raccontano di uno spettacolo messo in scena in più di 100 produzioni, rappresentato in 12 lingue, con incassi che hanno superato 300 milioni di dollari. E di premi a non finire, dai più famosi Tony Awards ai Laurence Olivier Awards, ai Drama Desk Awards di Off Broadway.
Interessante anche la vicenda della lunga gestazione del film poi realizzato da Alan Parker, con tutta la serie di nomi di registi e attrici/attori chiamati inizialmente a cimentarsi nel gioco del come lo farei e successivamente bruciati. Per non dire della storia dei diritti acquistati inizialmente dalla Paramount Pictures e da altre case di produzione cinematografica dopo, delle opportunità politiche a condizionare le scelte della produzione, del fatto che per molto tempo si pensò a Meryl Streep per il ruolo di Evita, che finì invece per essere interpretata da una contestatissima Madonna.

Per la versione cinematografica Lloyd Webber e Rice hanno composto un nuovo brano, You Must Love Me, che è stato premiato con un Oscar alla miglior canzone nel 1997. Ma è solo quando attacca l’hit song Don’t cry for me Argentina che sappiamo di essere in presenza dell’Evita che ebbero in mente i due autori quando decisero di scommettere sulla sua storia.

http://www.teatroregio.torino.it/stagioni/opera-balletto-2017-2018/evita

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