Marinella Venegoni ci parla dei… Simple Minds (1)

Nati sul finire degli anni ’70 ed esplosi a livello mondiale nel decennio successivo, gli scozzesi Simple Minds hanno fatto letteralmente la storia del rock negli anni ’80 e ’90, vendendo oltre 60 milioni di dischi. Rappresentano, musicalmente, una delle realtà più influenti dell’intero movimento new wave. Specialmente i primi cinque dischi del gruppo – Life in a day, Real to real, Cacophony, New Gold Dream (81-82-83-84) (capolavoro e inno assoluto del movimento new wave), Sons and fascination/Sister fellings calling, Empire and dance – ebbero un impatto assolutamente impressionante sulla scena mondiale, scalando ripetutamente le classifiche dei dischi piu venduti,   grazie alla miscela di nuovi suoni e all’intreccio fra avant-garde, art-rock e ambient. Nell’articolo che qui presentiamo Marinella Venegoni incontra i Simple Minds in occasione dell’uscita del disco Good news from the next world.

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Coraggiosi Simple Minds: la sfida del ritorno
Non è facile tornare nel rock dopo tre anni di assenza durante i quali nuovi fiori sono fioriti e nuovi suoni sono stati suonati. Jim Kerr e Charlie Burchill, i due vecchi compagni di scuola di Glasgow rimasti ora unici titolari della premiata e ultradecennale ditta «Simple Minds», hanno preso allegramente la sfida, come si conviene a trentenni d’origine proletaria che in gioventù hanno passato ben altri guai: alla fine del mese di gennaio uscirà il loro nuovo album dal titolo ottimistico Good news from the next world. Le «buone notizie dal prossimo mondo» comprendono il fatto che i due, circondati da nuovi musicisti, siano tornati ad un uso massiccio della chitarra, confezionando un rock corposo e di matrice classica; unica lagnanza, è invece che il disco non racconti nulla di nuovo sul piano musicale, e sia talvolta funestato da un’ombra epica da Simple Minds (ed U2) vecchio stampo. Ma Good News From The Next World ha anche due o tre pezzi molto forti, da She’s A River alla deliziosa canzone d’amore Hypnotized, con un arrangiamento molto appropriato, fino alla scatenata And The Band Played On, dove si raccontano le sensazioni del protagonista di un concerto live. Nella musica dal vivo i Simple Minds hanno sempre spopolato, grazie anche al carisma di Jim Kerr, che ha fra le sue virtù una passionalità scatenata: pure in questo album che sta per uscire, pensato soprattutto in funzione di un tour, la sua grinta è notevole. Lui e Burchill ieri a Milano hanno spiegato che cominceranno presto dagli Usa l’avventura “on the road”: proprio per questo, hanno annullato la prevista partecipazione al Festival di Sanremo, e in Italia li ascolteremo soltanto a metà aprile. Li abbiamo visti allegri, ottimisti e fatalisti.
Jim Kerr soprattutto sembra rifiorito: e un giornalista maliziosamente gli ha fatto notare che quando stava con la prima moglie Chrissie Hynde aveva sempre un aspetto macilento, mentre ora che si è messo con la bellissima Patsy Kensit (hanno pure fatto un figlio), sembra godere di ottima salute. “Se vuol dire che Patsy cucina meglio di Chrissie, può darsi”, ha ribattuto lui signorilmente. Nei nuovi testi non ci sono argomenti di stretto impegno. Perché? “Abbiamo fatto in passato album come Street Fighting Years e canzoni come Mandela Day e Belfast Child, ma non si possono sempre scrivere canzoni/manifesto. Però, si può sempre leggere fra le righe” (c’è infatti una bella intuizione in Great Leap Forward, dove si dice che nel mondo c’è “povertà di attese”, ndr). “I nostri valori profondi non sono cambiati: veniamo da famiglie povere, a Glasgow bastava guardarsi intorno. Ci sono temi ovvi per noi, come razzismo e guerra”. E’ stato difficile ricominciare dopo tanto tempo? “No, anzi. Eravamo molto eccitati. In questo periodo sono nati Nirvana, Pearl Jam, Green Day, Oasis. Ne abbiamo comprato i dischi, ci sembra che in questo momento siano gli Usa a indicare una strada. La cosa più importante è che abbiamo finalmente realizzato che siamo solo noi due, i Simple Minds”. Siete preoccupati delle reazioni del pubblico al prossimo tour? “No, siamo realisti e felici che nuova musica sia uscita dalle nostre viscere. Non moriremo mica, dopo questo disco: nell’ipotesi più sfortunata, si preoccuperà qualche contabile”. Vi sentite ancora portatori di nuove idee, come agli inizi? “Ciò che è irrilevante commercialmente, può non esserlo artisticamente”.

Marinella Venegoni,  «La Stampa» 14 gennaio 1995

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