Marinella Venegoni ci parla dei… Simple Minds (2)

Dopo una lunga assenza i Simple Minds ritornano a suonare dal vivo il 16 e 17 maggio 1989 al Palasport di Firenze: Marinella Venegoni c’è…

Gran ritorno dei Simple Minds, un rock epico che sa di folklore
Si chiama in gaelico “Claadah Symbol”, sono due mani che stringono un cuore ed è il simbolo irlandese dell’amicizia e dell’affetto che gli scozzesi Simple Minds hanno fatto proprio. È stato il marchio del loro penultimo album, The City Of Light, registrato dal vivo tre anni fa a Parigi; è ora il disegno sul sipario che, dopo i supporter The Silencers, si apre su ottomila fans in attesa quasi religiosa da ore al Palasport di Firenze. La corrispondenza di amorosi sensi a tratti fa tremare i pavimenti, con impressionanti cerimonie di cori e braccia levate in alto ad accompagnare la musica durante molte canzoni-inno del rock politico degli anni ottanta. I Simple Minds sono tornati dopo un troppo lungo silenzio interrotto soltanto l’anno scorso a Londra per il Mandela Day e hanno aperto l’altra sera simbolicamente il tour mondiale qui, dove nell’ 81 furono i supporter fischiati di Peter Gabriel.

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Il trionfo è stato una bella rivincita sui ricordi, il loro album Street Fighting Years, appena uscito è balzato in questi giorni in testa alla hitparade italiana. Album impeccabile e politico; aura di nobili sentimenti intorno ad una band che in meno di un decennio è salita alle stelle e poi si è presa una pausa dì riflessione coincisa con la santificazione degli U2, cugini nella musica e negli intenti.
I paragoni sono per qualche verso inevitabili, la primogenitura finisce (ingiustamente) per confondersi. Bono ha assai più carisma di questo Jim Kerr, un tempo idolo indiscusso nel panorama internazionale, che ora con lunga camicia bianca e cortissimo panciotto dorato sgambetta sul palcoscenico, si sdraia a terra per cantare, si agita a ritessere il feeling stringendo le mani del suo pubblico che non aspetta altro. Kerr ha una buona energia, il ritiro di questi anni gli consente un impatto laico di antistar che va di pari passo con la musica della sua band. Gli U2 sono più calibrati e potenti dei Simple Minds, che scoperta.
Ma qui viaggia un’atmosfera più casereccia e meno da showbusiness, siamo piuttosto nei territori dei Waterboys e di certo Van Morrison: la musica ha sonorità celtiche in primo piano, impreziosite dal violino dell’incantevole Liza Germano, da certe tessiture folk nelle partiture, dalla fisarmonica; come contrappunto, ecco le potenti schitarrate di Charlie Burchill e batteria e percussioni roboanti. Rock epico, ma soprattutto nelle intenzioni.
Dopo un inizio di fumi e botti su Street Fighting Years, dedicata a Victor Jara ucciso dai colonnelli cileni, buona parte del concerto si fa portavoce dei problemi della società, con i brani dell’lp appena uscito. C’è Mandela Day cantata l’anno scorso a Londra; This Land Is Your Land cantata nell’album con Lou Reed; Soul Crying Out che se la prende con le tasse della Thatcher; in Jungle Land si alzano torrette di guerra dietro gli strumenti, mentre impazza la ritmica. Ma è il finale a cavalcare i riti di celebrazione collettiva: Belfast Child è come una intensa cerimonia religiosa, i bis si chiudono con due classici sull’apartheid: Sun City di Little Steven e Biko di Peter Gabriel. Intenzione lodevole, ma sono meglio gli originali. Forse le Menti Semplici dovrebbero esser un poco più autarchiche. Intanto, nell’efficiente clan dell’organizzatore Tomasi che ha portato anche i Pink Floyd, si annuncia uno scambio di visite: i Simple Minds sono stasera a Verona a vedere i Pink Floyd, i quali contraccambieranno nel concerto del 21 al Palatrussardi.

Marinella Venegoni, «La Stampa» 18 maggio 1989

Discografia

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