Marinella Venegoni ci parla dei… Pink Floyd (1)

Conoscere la storia dei Pink Floyd significa comprendere il senso della musica e percepirne la più profonda sensibilità e verità dell’arte. La band britannica rappresenta il simbolo della storia della musica mondiale: non solo perché ha saputo inventare il genere psichedelico e lo space-rock, ma anche per la ricerca ossessiva e la straordinaria capacità di inventare e di sorprendere a livello sonoro, visivo, filosofico. La loro influenza si è estesa ad artisti come David Bowie, Genesis, Nine Inch Nails, Radiohead, per citare sono alcuni nomi della scena mondiale. Nell’articolo che segue, Marinella Venegoni tratteggia con precisione chirurgica l’atmosfera e l’ambiente che il concerto di Lisbona, tenuto dai Pink Floyd il 7 luglio 1994, evoca sotto il profilo musicale, scenico e simbolico. Si tratta di un piccolo, lucido ma efficacissimo saggio su questa monumentale e immortale band.

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Pink Floyd, festa dei sensi
Un concerto dei Pink Floyd è sempre un appuntamento con la memoria, anche per coloro che nel 1965 – quando si formò il primo nucleo del gruppo, con Roger Waters, Nick Mason e Rick Wright – non erano ancora neanche una scintilla negli occhi di papà. È un appuntamento con la memoria ancestrale, che il potere evocativo della musica pinkfloydiana risveglia e dilata creando un sentimento sottile e per certi versi inspiegabile di perdita irrimediabile, di occasioni andate, di sogni infantili dilatati dalla nostalgia del ricordo della sua piaggeria. Su questo sound (e sulla tecnologia che dilata artificialmente la percezione del suono, ricreando l’effetto ipnotico delle droghe psichedeliche in auge nei primi anni ’70, quando la band decollò) i Pink Floyd hanno costruito in tre decenni le loro fortune, vendendo 140 milioni di dischi nel mondo: e ad esso rimangono fedeli, con inevitabili aggiustamenti, anche dopo le tempeste degli ultimi anni, con l’abbandono polemico del leader storico Roger Waters che aveva fatto pensare ad una crisi definitiva di idee dei sopravvissuti tre. Invece, dopo un periodo di assestamento segnato dal non memorabile A momentary lapse of reasons, ecco il chitarrista-vocalist-compositore David Gilmour, il tastierista-compositore Richard Wright, il batterista Nick Mason tentare di ritornare sulla strada più antica con Division Bell qui a Lisbona allo stadio di football Alvade davanti ad almeno 60 mila persone, dai cinquantenni ai ragazzini, estasiate ed abituati al venticello freddino regalato dall’ Atlantico; il tour, come si sa, arriverà in Italia il 13 settembre allo stadio delle Alpi di Torino: è il più atteso della stagione, l’unico in grado di riempire i viziati stadi italiani e sono infatti già venduti, in prevendita, 160 mila biglietti.

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L’attesa è già giustificata dal fatto che un concerto dei Pink Floyd è soprattutto un festival della carriera complessiva, e dilata a tutti i sensi il potere evocativo della musica, con la sua sarabanda tecnologica di suono diffuso dai quattro lati dello stadio, nonché da luci, fumi, effetti speciali, fuochi artificiali ed immagini oniriche ad altissima definizione, proiettate con felice intuizione su un gigantesco specchietto retrovisore che sovrasta la band, tenuto su da un mastodontico braccio luminoso: il tutto sotto una immensa conca semiovale, ispirata all’Hollywood Bowl e circondata nell’emiciclo da ogni genere di diavolerie luminose, laser compresi. La festa dei sensi creata dall’insieme di questi stimoli è corredo indispensabile perché nasca quella memoria onirica di cui parlavamo all’inizio: la stupefazione è un sentimento infantile resuscitabile soltanto ad altissimi costi economici e da questo punto di vista i Pink Floyd non hanno mai badato a spese. In gran parte, questo bagaglio di visualità esasperata apparteneva già al passato tour, visto anche a Venezia sull’acqua, in quella disgraziata Festa del Redentore del 15 luglio ’89. Gli aggiustamenti attuali sono interessanti perché sono stati studiati in chiave più simbolica e psicologica, ma non per questo meno stupefacente. Non a caso i due tempi dello show si aprono entrambi con un omaggio a Syd Barrett, testa pensante iniziale del gruppo risucchiata poi dalle droghe: Shine on your crazy diamonds era stata scritta, nel ’75, pensando a lui; e a lui apparteneva Astronomy domine del ’67, da The piper at the gates of dawn registrato ad Abbey Ros, che apre il secondo tempo. Immagini di infanzia ed adolescenza perdute si diffondono dallo specchione retrovisore durante Shine on e Learning to fly, e lo spettacolo ti trascina immediatamente in questa dimensione sognante anche con What do you want from me, brano nuovo che Gilmour dedica al pubblico: «Che cosa vuoi da me?/ Devo cantare finché non potrò cantare mai più/ Suonare queste corde finché le mie dita saranno piagate/ Sei così difficile da accontentare». E accontentarsi non è facile per il resto del primo tempo, dedicato in gran parte al nuovo disco che è più efficace sentito in cuffia e a casa che non dal vivo: Poles apart parla forse a Barrett o a Waters, con quei versi «Perché allora ti abbiamo detto/ Che eri sempre il ragazzo d’oro»; Take It back imita gli U2 ma sono suites con una carica ipnotica involuta e un poco soporifera, stentano dal vivo a tradursi in un discorso musicale efficace. Anche la particolarità pinkfloydiana di alternare brevi, folgoranti riff di chitarra o accordi di tastiera con la complessità del suono della band innervata da più elementi trova più convincente risoluzione nei brani datati, a partire da One of these days del ’71 che chiude la prima parte fra rumori e sbalzi di atmosfera astrale, un viaggio psichedelico che si conclude con due enormi cinghiali gonfiati ai lati del palco, gli occhi fiammeggianti. Visto nell’arco della sua storia, il suono dei Pink Floyd somiglia alla vita umana. I brani del passato glorioso sono mossi da un’energia intrinseca che risveglia i sensi e la mente, i più recenti portano i segni di una riflessione estenuata che li rinvia ad una più annacquata musica d’ambiente, peraltro loro discendente. Tanto più risulta perciò vivace il secondo tempo, cavalcata di gloriosi hit. Già Astronomy Domine rimanda ad una condizione anticipatrice del Grande Sogno Psichedelico, poi ecco tutti i capolavori dei ‘70: The dark side of the moon, del ’73, si materializza attraverso Breathe, Time, Us and them dove si resuscita il sax di Dick Parry, con loro nei dischi più importanti; Money ha un curioso filmato di un robot sparasoldi. Ma ecco poi la dimensione epica di The wall con Home e Another brick in the wall, cantata da 60 mila con la gigantesca scritta luminosa «Hey, Teacher» che appare ai piedi del palco, e ancora Confortably numb che chiude il concerto mentre una sfera gigantesca di cristallo d’argento si alza dal mixer al centro del prato, illuminando la gente che esplode in un «Oh» di meraviglia. Fuochi d’artificio accompagnano i bis con Hey you e Run like hell: la festa finisce in trionfo.

Marinella Venegoni – «La Stampa» 25 luglio 1994

Proposte biblio-discografiche

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