Rondini 5. La meraviglia… Nonostante tutto

Pappa!Dopo lunghi appostamenti, sono riuscito a immortalare una nidiata di piccoli nati da poco, e la madre che vigila su di essi.
La qualità non è eccelsa poichè le foto scattate sono state riprese con un teleobiettivo a distanza, sia per non disturbare i piccoli sia per non impaurire la madre che di volta in volta portava cibo a quattro becchi spalancati…
Queste sono immagini che mi fanno sorridere il cuore.

Queste le preziose foto di Renzo e il suo commento a una sessione fotografica di due anni fa; ulteriore testimonianza di una fascinazione trasversale e non certo nuova.
Abbastanza raro immortalare una rondine immobile, mentre non vola. Ma questa era una mamma e a poca distanza c’erano quattro piccoli che urlavano a squarciagola reclamando la loro razione di cibo…

Sono molti gli amici e gli utenti che stanno seguendo, ognuno a suo modo, questa strana narrazione collettiva.
Saremo costretti ad un esercizio di sintesi, delle sensibilità e del tono, che già adesso – fra umori poetici e interventi surreali – ci sembra di poter intuire come azzardato. Ma anche solo avere il privilegio di raccogliere testimonianze come quella che ci accingiamo a pubblicare integralmente, ci rinsalda nel nostro proposito, facendoci dimenticare la nostra stessa ingenuità.

Eccomi qui, puntuale tutto sommato per le rondini, che mi riportano a ricordi della mia infanzia a Napoli.

Mia madre non mancava di accoglierle a primavera con un allegro bentornato, talvolta recitando “Rondinella pellegrina che ti posi sul verone, ripetendo ogni mattina quella flebile canzone, che vuoi dirmi in tua favella, pellegrina rondinella?”, di Tommaso Grossi. Mentre girava per casa in faccende, cantava a voce spiegata: “Salomè, una rondine non fa primavera…”, dall’operetta “Scugnizza”, testo di Carlo Lombardo e musiche di Mario Costa. Pensavo che mi sarebbe piaciuto vederne una da vicino, che si fermasse un attimo sul nostro balcone per farsi salutare e ammirare nel suo piccolo elegante frac. Invece dovevo limitarmi ad osservarle alla lontana, raramente ferme a riposare su qualche filo elettrico e perlopiù stridenti nei loro voli frenetici, intente a rifare i nidi. Allora non capivo quella agitazione e me le immaginavo semplicemente allegre della primavera, come noi.

Dovevo accontentarmi delle illustrazioni dei miei libri. Avevo un piccolo albo dalla copertina rigida e lucida, con una storia assurda, che a quel tempo mi piaceva: una bambina simile a Shirley Temple, per ritrovare la rondine che aveva curato con successo durante l’inverno, prendeva l’aereo da sola e con indosso un suo paltoncino rosso molto grazioso, atterrava in un caldo paese africano tutto palme e minareti. Lì a riceverla c’era un bambino del luogo col suo costume tradizionale completo di fez, che aveva potuto rintracciarla e rassicurarla sulla salute della rondinella grazie ad un biglietto che Shirley aveva attaccato alla zampetta del volatile. Fu dunque un vero shock leggere qualche anno dopo “Il principe felice” di Oscar Wilde. Certo che le rondini non possono restare sempre a farti compagnia l’aveva capito anche Shirley, con qualche lacrimuccia, ma qui entravano in scena un mondo diverso e crudo, la grandezza della compassione e del sacrificio, l’irrimediabilità della morte. Non partire per la rondine significava morire, da cui la domanda: ma le rondini che arrivano in primavera sono le stesse che erano partite in autunno, mamma?  La maggior parte. Il pensiero andava a quei lunghi viaggi pericolosi, alle tempeste. Non ti fissare.

“Padre vostro celeste li nutre…”

Un altro colpo lo dava agosto. “Agosto porta la lettera…” ripeteva mia madre al primo tuono.

Il giorno dieci, San Lorenzo, era sacro a Pascoli. “Ritornava una rondine al tetto…”

C’era chi si macchiava di simili delitti. Una madre, sempre femmina, “la” rondine, un uccellino sacro che va doverosamente rispettato in quanto migratore, ospite. Uccisa per pura crudeltà, senza curarsi delle conseguenze, nel suo nido “nell’ombra che attende, che pigola sempre più piano…”
Paragonata ad un essere  umano, un padre, un delitto sempre inspiegabile, per i figli. Mai giustificabile. Per finire “tu d’un pianto di stelle lo indondi, quest’atomo oscuro del male”. Dal martire Lorenzo all’intera umanità. Servìti. Per mia madre la guerra era ancora così vicina.
Con l’autunno, gli occhi al cielo, studiavamo con ammirazione le grandi manovre degli stormi. Compativo chi sarebbe restato indietro. Infine l’addio incredulo e malinconico alla bella stagione e alle rondini, con l’amico Pascoli: “Dunque rondini, rondini, addio! / Dunque andate, dunque ci lasciate / per paesi tanto a noi lontani. / È finita qui la rossa estate. / Appasisce l’orto: i miei gerani / più non hanno che i becchi di gru…” Anche i nostri gerani avevano i becchi di gru. Mi divertivo ad aprirli.

Quando seppi del mito di Procne e Filomela, mi indignai: una vera calunnia. Come era venuto in mente a qualcuno di associare storie così fosche e tragiche ai deliziosi usignolo o rondine! E che lo stridio della innocente rondine sia un pianto di Procne per Iti, pieno di colpa!

Sulla rondine se ne sono raccontate, in tutte le lingue, davvero tante. Fra le poche che conosco, mi piace concludere con quella che ancor oggi è la mia preferita: la fiaba Pollicina (tradotta anche Mignolina) di Hans Christian Andersen. Qui la rondine riconoscente per le cure ricevute sottrae la bella e buona Pollicina alle temute nozze con la talpa e al conseguente destino di una vita al buio, portandola con sé in volo ad un luogo luminoso, all’incontro felice con uno sposo leggiadro e compatibile. Benvenuto lieto fine.

Grazie Maria Rosaria

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