Marinella Venegoni ci parla dei… Rolling Stones

Nell’articolo che segue, Marinella Venegoni ci parla del concerto dei Rolling Stones, tenuto al Soldier Field di Chicago. L’inossidabile gruppo britannico, formatosi intorno al 1962, sarà destinato a cambiare la storia del rock e costituirà una pietra miliare nella evoluzione della musica del XX secolo poiché ha saputo dare voce al malcontento e di conseguenza alla protesta di intere generazioni, mutuando nel presente il travagliato spirito dei grandi bluesman del passato e scegliendo il titolo di una canzone di uno di questi (Muddy Waters) come nome del loro gruppo. La band nasce dall’unione di Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones e Ian Stewart, tutti compagni di scuola, accomunati da un grande amore per il blues e il R&B nero e per musicisti come Chuck Berry, Muddy Waters e Bo Diddle. La loro storia, leggendaria, si pone subito come il contraltare trasgressivo dei più pacifici e tranquillizzanti Beatles, scandalizzando le platee per le movenze sinuose ed erotiche del cantante Mick Jagger oltre che per la cattiva reputazione che aleggia sugli altri componenti del gruppo, e in particolar modo su Jones e Richards. Anche il concerto di cui Marinella Venegoni ci parla, si muove sulla falsariga di questi elementi trasgressivi, con espliciti riferimenti sessuali e allucinogeni….

L’eterno rock dei Rolling Stones
Bisognerebbe guardare la grande fiera con occhi innocenti. In fondo, il concerto dei Rolling Stones è una vera festa, un appuntamento con la memoria e con i simboli della trasgressione cocciuta che ha guidato le vite di uomini e donne tanto fortunati da esser ragazzi fra i Sessanta e i Settanta.
Al Soldier Field di Chicago – uno stadio con 50 mila posti numerati ed esauriti – l’altra notte per il debutto del tour mondiale non si contavano i baffi grigi e le rughe perdute dentro occhi appunto innocenti: stavano lì immobili a riconoscersi nella Sympathy for The Devil, con i loro due bravi bicchieri di birra gelata nelle mani; così da queste parti combattono il freddo, sotto un cielo di stelle che le nostre città non vedono mai. Tantissimi anche i ragazzi, ma non ballavano neanche loro: guardavano avidi quella specie di museo vivente ed ambulante che è oggi un concerto degli Stones.
Innocente era lo sguardo degli stessi musicisti. Si sono messi nell’impresa come se dovessero riscattare l’orgoglio dell’intero rock’n’roll. Come se dicessero agli U2, ai Prodigy, a chiunque: vi facciamo vedere noi come si fa uno show, come si costruisce una scaletta. Hanno sparato subito Satisfaction, con il suo riff immortale (inno che s’adatta tuttora ad ogni adolescenza: «Non riesco a trovar soddisfazione, ma ci provo»). E via con tutta una serie di classici che ucciderebbero un juke box, concedendosi anche il lusso di esaudire i fans che via Internet fanno ogni sera le loro cyberichieste: la più votata è stata Under My Thumb, prontamente eseguita. Convinti che quelli che li debbono fregare non sono neanche nati, gli Stones ripercorrono però un trucco caro agli U2: verso il finale scappano dal palco e vanno ad immergersi – senza rete e con tutti gli strumenti appresso – dentro la folla al centro del prato, sopra una corta pedana: in una breve session di intenti furibondi esplode l’omaggio al rock’n’roll, con Little Queenie, You Can Lean on Me e This could be the last time» (profetica?). Breve interludio, e parte più vivace dello show, dove si conferma che i due Stones più in forma stasera sono l’enigma vivente Charlie Watts, che picchia come un metronomo, e il calligrafico Ron Wood. Il palco elefantiaco e vagamente circense è dominato da uno schermo rotondo e circondato da larghe tende misteriose che poi si apriranno (per Anybody seen my baby, una delle pochissime canzoni del nuovo album Bridges to Babylon, su due bambolone alte forse 30 metri, dorate e nude: una pronta a ingoiare una vipera, con frutta appoggiata sulle cosce; l’altra con collare sadomaso, prona su un cuscino e con le tette al vento. Oh yeah. E’ finita con You can’t always get what you want (contraltare di Satisfaction) e con Brown sugar, in mezzo a una cascata di fuochi d’artificio. Doveva iniziare con una parete di fiamme davanti al palco, che però è stata proibita dalle autorità perché il propano aveva appena fatto un grosso incendio in città. I nostri eroi, con ambaradan di turnisti e coristi, erano arrivati pronti alla battaglia, in clamorosi abiti antifreddo: Keith Richards sembrava una foresta, con un maxicappotto di finto ocelot sopra una camicia zebrata. Ma Keith ricorderebbe una foresta anche in mutande: è lussureggiante ed eccessivo sempre, con quella faccia di ritorno dall’inferno intorno agli occhi da bambino che ridono. L’altra sera però era sottotono, il suo bracciale a forma di manette si agitava appena: non si dev’esser troppo incontrato con la sezione di fiati, che di tanto in tanto si affacciava da una balconata a ricamare soul e improbabile rhythm’n’blues intorno a canzoni topiche come Let’s spend the night together; cosa che toglie aggressività alla musica e spunta le unghie a lui. Richards però era contento perché Jagger l’ha lasciato cantare, con quella sua voce che non ci sa fare; e Jagger era contento a sua volta perché ha potuto imbracciare (inutilmente) molte volte la chitarra: le due ore di concerto sono state per lui anche una passerella di moda, ha cambiato sette volte cappotto, s’è spogliato delle magliette brillanti a strati e subito rivestito per non morire di freddo. Mick sa come tenere la folla: aggredisce il microfono e a farlo saltellare come un tempo ci pensano ironici effetti speciali sulla diretta dello schermone rotondo. Gli Stones non vogliono cancellare il tempo, ma neanche diventarne vittime: e in Miss You (Mi manchi), per non soccombere ad un elenco ormai troppo lungo di eroi scomparsi, hanno fatto preparare un’infilata di filmetti comico-pornografici: una lunga serie di falli e di copule precede così i ritratti di John Lennon, Frank Zappa e Jerry Garda. Mai visti morti più vivi. Ma questo, signori, è il rock’n’roll. Trionfo.

Marinella Venegoni, «La Stampa» 25 settembre 1997

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