Marinella Venegoni ci parla di… Sanremo 2001

Vale la pena rileggere questo sarcastico e un poco irriverente articolo di Marinella sul Festival di Sanremo targato febbraio 2001. È facile intuire attraverso il racconto della giornalista come il Festival per eccellenza della canzone italiana soffrisse di una spettacolarità per certi versi falsa ed edulcorata, in cui tutti si muovevano in una sorta di teatrino, ciascuno col proprio ruolo ma a discapito della sacra arte della canzone. Importante era apparire, giocarsi un ruolo definito da cui porre la propria candidatura per la vittoria: il tutto, sotto la supervisione di conduttori o conduttrici navigati, veri mattatori della scena. Ci sarebbe da domandarsi se le edizioni successive del Festival di Sanremo, o in quella appena trascorsa, abbiano in qualche modo riveduto e rinnovato la classica veste di questo storico Festival, o non lo abbiano, al contrario, svuotato di significato a tutto vantaggio di sterili polemiche.

Sanremo sull’orlo di una crisi di nervi
Un abito bianco che le porta fortuna, grandi inviti al sorriso e al calore per quel pubblico del teatro Ariston tradizionalmente più attento a sorridere alle telecamere che non a seguire la gara. Forse, per scaldarsi, Raffaella Carrà  doveva portarsi un po’ di gente dalla Romagna sua e comunque, in mancanza, evviva quel cornetto che Gigi D’Alessio le ha regalato, e che lei ha appeso in scena: questo Festival è cominciato con un terremoto, ogni scaramanzia è lecita. Pupillo della Rai ed emblema di chi sa vivere e scalpita per vincere, Gigi D’Alessio ha fatto venire il diabete al microfono, nel quale riversava il suo dolore di innamorato tradito. Ma ognuno, per colpire, fa quel che può: Paola Turci, una ragazza con il DNA in jeans, è per esempio arrivata in scena tutta trasparenze e paillettes che neanche una spogliarellista (la sua “Saluto l’inverno” è vivace, potrebbe sdoganarla da una malinconica, eterna serie B); Syria è arrivata orrendamente in scena con una gonna lunga dietro ma corta e imbottita davanti (sembrava un Pampers). Quanto a Anna Oxa, brava e intensa, non solo pare si sia divertita a imbruttirsi, ma l’estrema stravaganza del presentarsi a piedi nudi sopra una stoffa uguale al tailleur è stata poco notata a causa della regia di Japino, che forse aveva brindato troppo. Quanto a Elisa, finalmente s’è liberata delle sue divise da cecèna e ha fatto una splendida figura. Ieri sera non si votava: era una prima, grande vetrina di tutti i Big in gara. L’Iron Lady aveva preparato chiacchiere e due contestatissimi duetti canori per scaldare anche il rapporto con i cantanti. Gianni Bella è stato intervistato dopo la sua canzone antica e triste, e Raffaella ne ha approfittato per salutare Celentano, che a Bella deve i suoi ultimi successi: anche qui, “sta par condicio c’era o non c’era?”. L’Iron Lady, oltre ad essere l’unica e incontrastata presentatrice, s’è maliziosamente scelta il suo teatrino di comprimari. Non la oscura nessuno: non è granché lo show dietro le quinte di Enrico Papi, uno che per strappare un applauso non esita a danneggiare il prossimo; è un Lucignolo con il sale sulla coda Massimo Ceccherini, pallido epigono di Benigni; quanto a Piero Chiambretti lassù nel suo palco che via via allestirà come una casa per la Giuria di Qualità. È lui stesso a collocarsi nel “Festival dei casi umani”: ha anche definito la Lewinsky “mucca pazza”: ma per favore! A far ridere in quel modo son tutti capaci. Con gran soddisfazione delle brutte, Megan Gale fatalmente ha il compito di scendere le scale, mentre un altro comprimario, storico, è Mike Bongiomo: era pubblicità  elettorale occulta, la sua affermazione: “Voglio andare al Polo?” (e ci sarà  qualcuno che viene a dire: “Voglio salire su un Ulivo”?). Intanto, con la scusa di confidarsi con Mike, Raffa ha cominciato a preparare la gente a casa all’arrivo stasera di Eminem (il quale alla stessa ora vinceva anche il Brit Award, il Grammy inglese). Però, diciamolo: madama Carramba non perderebbe il filo e la calma neanche in un Labirinto. Perfino esagerata. Arpa e rap sono la ricetta postmoderna dei Sottotono di “Mezze verità”, e Tormento lo speaker sembrava volesse mangiare la telecamera. Tutti sono stati annegati dall’occhio feroce di Japino, che si è accanito anche con Giorgia (la meno nuda, e misuratissima nella sua “Di sole d’azzurro” che la inviterebbe invece a scoppiettare come un caminetto acceso): e qui, con Giorgia, è avvenuto il primo fatale duetto che Raffaella ha voluto a tutti i costi. I discografici saranno neri di rabbia, ma è stata una delle cose più carine della serata, e finalmente Carrà s’è tolta la voglia di far sapere che può ancora cantare. Vale ancora la pena di ricordare i Quintorigo, bravissimi, con il cantante che rischia la voce a ogni esecuzione di “Bentivoglio Angelina”. Tutta questa felice passerella, il glamour, il thrilling della gara, sono però costume più provvisorio che mai. Tutto continuerà , almeno per qualche giorno fino alla fine di questa edizione, come se niente fosse: ma, come si racconta in altra parte del giornale, il Jukebox globale Napster e ogni altro abile navigatore possono ormai comodamente entrare a guastare la manifestazione musicale più amata dagli Italiani. Ieri a Striscia la notizia, con un Ricci politically correct, ha annunciato di aver deciso di non mandare in onda il file del brano in gara di Giorgia, che qualche mattacchione aveva inviato allo show satirico. Ma la violazione del segreto da sempre imposto dal regolamento del Festival, pena l’esclusione, diventa sempre più probabile. Oggi come non mai Sanremo rischia di rivelarsi in un attimo come un antiquato e un po’ patetico merletto della norma, che ha un suo fascino soprattutto perché ci ricorda il nostro passato e i giochi che facevamo da bambini. Volente o nolente, questa gara dovrà  rivedere i suoi parametri.

Marinella Venegoni, «La Stampa» 27 febbraio 2001

libri e dischi legati al Festival della canzone italiana di Sanremo in Biblioteca musicale

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