Della rappresentatione di anima et di corpo

AVVEDUTO
Voi che all’aspetto mi parete sensato e prudente giovanetto, ditemi di grazia, che vi pare di questa Vita mortale, che gli huomini pregiano tanto? […]

PRUDENTIO
Io non posso soddisfare a pieno al vostro desiderio, perché gli anni miei acerbi non comportano, ch’io in questo soggetto habbi veduto molto: pure per quanto ho possuto odorare di lontano […], mi pare, ch’ella sia una mostra, ed apparenza di vanità […]

Qual buon pretesto diede il compito ch’ebbi: catalogar fu mezzo per andare a ricercare…

Emilio De Cavalieri Olschki


Il titolo che leggete nel titolo
è quello di un dramma sacro musicato da Emilio de’ Cavalieri (ca. 1550-1602) nel 1600, e porta con sé un’intenzione che sembra aspirare a una collocazione fuori dal tempo, riuscendo a ben vedere nell’intento.
L’opera fu creata per la Congregazione di Filippo Neri e inserita nelle attività devozionali dell’Oratorio della Chiesa Nuova (Santa Maria in Vallicella) su libretto di padre Agostino Manni, al quale, nelle imprecise ricostruzioni dell’epoca, fu inizialmente attribuita anche la creazione musicale.
Il testo è animato da sicura vocazione moraleggiante, imbastita da subito nel dialogo e confronto fra i due giovani Avveduto e Prudentio, ripresa nei desideri spirituali di Intelletto e Consiglio e destinata a trovare sviluppo nei contrasti e nelle prove che il Corpo e l’Anima si trovano a dover affrontare. Con contorno di Piacere e due suoi compagni, Angelo custode, Mondo, Vita mondana, Angeli, Anime dannate e beate, Choro.
Tutto questo rappresentato per recitar cantando, secondo le precise indicazioni che lo stesso Cavalieri non mancò di annotare per l’azione scenica e che Alessandro Guidotti, testimone dell’evento e curatore delle stampe, riportò accuratamente. Così come, con molta solerzia, si preoccupò d’indirizzare una dedica All’Illustriss.mo et reverendiss.mo Signor Padrone mio Colendissimo il S. Card.le Aldobrandino, Camerlengo di S. Chiesa […], sapendo che le sia il S. Emilio devoto servidore, & quanto ella ami le virtù & quanto sia in particolare intelligente della musica; & che l’autorità sua la renderà sicura da qualsi voglia ingiusta oppositione […]
Le cronache dell’epoca non mancarono di annotare la circostanza che
fu questa rappresentatione la prima opera che fosse fatta in Roma [con concorso grande di gente] in stile recitativo, e di indi in poi cominciò con universale applauso negli oratorij a frequentarsi il detto stile.

Tutto intorno quei rapporti che nobiltà e clero intrattenevano fra Roma, Firenze e le altre corti italiane, fatti di diplomazia e reciproche convenienze, di competizione e di potere, esercitati frequentemente attraverso l’arte e le sue molte espressioni, il mecenatismo, la lusinga e il tentativo d’attrarre i migliori artisti.

Prendete proprio Emilio de’ Cavalieri…
Nobile romano, figlio di quel Tommaso de’ Cavalieri la cui vita intrecciò quella di Michelangelo lasciandovi un segno profondo, fu rappresentante perfetto di quella figura di artista di corte che contribuì al fiorire del Rinascimento italiano. Musicista e coreografo raffinato, regista e organizzatore di spettacoli, fu voluto da Ferdinando I de’ Medici a Firenze per sovrintendere alle questioni amministrative riguardanti i musicisti e gli artisti impiegati alla corte medicea.
I due si erano conosciuti a Roma, quando Ferdinando era Cardinale e sul trono del Granducato di Toscana sedeva il fratello Francesco. Nel 1587, alla morte di costui, Ferdinando gli succedette, tornando a Firenze e facendo chiamare Cavalieri nel 1588.
Il battesimo del fuoco Emilio l’ebbe con l’organizzazione dei festeggiamenti teatrali in occasione del matrimonio di Ferdinando con Cristina di Lorena, anche se la paternità degli intermedi e degli apparati furono tutto subito rispettivamente attribuite ai soli Giovanni de’ Bardi e Bernardo Buontalenti.
Con le pastorali in musica su testi di Laura Guidiccioni, Emilio ebbe poi modo di inaugurare un nuovo modo di far musica, attribuendosi  – nonostante le obiezioni di alcuni – la patente di innovatore: attraverso l’intuizione di una musica che poteva accompagnare il dramma, interpretando e dando sostanza ai personaggi e ai loro sentimenti,  si stava muovendo su un terreno che veniva contemporaneamente battuto da altri.
Il suo arrivo e la permanenza a Firenze non fu mai del tutto metabolizzata dalla società fiorentina, che nutriva sentimenti di gelosia per i romani ammessi alla corte medicea: 
S.A. non si serve di gentiluomini fiorentini, giudicando che sia pericoloso avvezzarli a cose grandi… Il Signor Emilio Del Cavalliero, romano, servitore molto del Granduca, abita in palazzo; non è così assiduo alla persona come altri, perché ama la libertà, ma possiede la grazia di S.A.: attende a trattenimenti di musica e di piacere.
In questo commento dell’Ambasciatore di Venezia Tommaso Contarini sulla nuova amministrazione della corte, c’è già il non troppo celato riferimento ai sentimenti che avrebbero preso corpo nei confronti del romano prestato a Firenze, portandolo – nonostante il prezioso ruolo diplomatico nei fatti assunto – a lasciare definitivamente il Granducato proprio nel 1600.

In biblioteca è giunta, attraverso due doni diversi, una registrazione video dell’esecuzione e messa in scena dell’opera presso la Basilica di San Paolo in Vaticano (potete trovarle alle collocazioni 06.P.51 e 18.EX.4/1).
Dal web la sorpresa maggiore: curata dal Nordik Network For Early Opera per il Copenhagen Renaissance Music Festival del 2010 una Rappresentatione a tutti gli effetti, con la partecipazione di un originale corpo di ballo e una dimensione che sembra giusta giusta per questa strana inventione, che lasciamo – in onore di una giornata che ha regalato sole – con i versi di

PIACERE, E COMPAGNI
Cacciate via i pensieri
Torbidi tristi e neri.
Aprite, aprite il petto
Al piacer e al diletto,
Aprite, aprite il core
A la gioia e a l’amore,
Dolce diletto.
Ch’allegra il petto,
Soave ardore.
Gioia del core

 

 

 

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