Marinella Venegoni ci parla di… rock per gli occhi

Già agli inizi degli anni ’80 Marinella Venegoni aveva colto i segnali di quel legame, oggi assolutamente imprescindibile, che lega la musica alla immagini. Se in Italia, precursore di questo connubio fu senza dubbio Battiato, si deve ad artisti come David Bowie o a gruppi come i Queen e Duran Duran, oltre i nostri confini, un nuovo modo di intendere ed ascoltare la musica. Alla performance musicale dal vivo, non così diffusa negli anni ’70, si supplisce, specialmente nel pop, introducendo il videoclip, una sorta di auto valorizzazione della propria immagine, che in fondo non rappresenta altro che spot pubblicitario. Il linguaggio audiovisivo accelera il ritmo visivo, lo scorrimento veloce delle immagini e la narrazione stessa del brano musicale, della canzone. In ultimo, è doveroso ricordare agli inizi degli anni ’80 la nascita di MTV, vera a propria rivelazione di tutti i palinsesti televisivi e nell’approccio rivolto ad un pubblico ben definito, di cui il mercato discografico non ha cessato di fare grandi affari

Rock per gli occhi
Fatta finora, bene o male, soltanto di suoni, la musica si va trasformando: diventa anche immagine. Accanto alle classifiche del 33 e 45 giri, ora le riviste giovanili pubblicano l’Hit parade del video, e non c’è più disco nuovo che venga lanciato sul mercato senza l’appoggio del suo bel «filmino». Quando Battiato, il nostro più venduto cantautore, mise su una convention qui a Milano per annunciare al mondo la nascita della sua Arca di Noè, le nenie del cantante furono confortate dalle immagini d’una sua passeggiata – pubblicizzata quasi quanto la musica – tra le dune del deserto tunisino: e l’abbiamo ormai visto a Mister Fantasy.
La polemica è cominciata subito: le immagini «accompagnano» o «interpretano» la musica? I Duran Duran, gruppo inglese partito alla conquista dell’America, hanno registrato nello scorso aprile quello ch’è considerato finora il miglior filmato nella storia della musica visiva, la canzone Hungry like a wolf. Dicono: «Non si tratta più di far promozione pubblicitaria, siamo ormai a una vera e propria forma artistica nuova. È musica a tre dimensioni».
Il fronte degli scettici è guidato da Francesco De Gregori, che qualche settimana fa alla tv ha mostrato anche il suo «unico» modo d’intendere il filmato che accompagna le canzoni: uno stile «didascalico, cioè illustrativo, perché la pretesa d’interpretare per immagini la musica comporta un duro impoverimento dei valori espressivi della musica».
Mazzanti, il regista della trasmissione televisiva Mister Fantasy, assicura che «il futuro è tutto della musica da vedere»; e Massarini, che conduce questa rubrica tv, ha anche tratto dalle dichiarazioni di De Gregori una sorta di legge generazionale: che i musicisti e i cantautori degli Anni ‘70 hanno composto testi e canzoni «in sé autosufficienti», che mal sopportano l’intervento del filmato, mentre invece i più giovani fanno musica con una ritmica di sensazioni e di tensioni creative, ch’è già quella del parlare per immagini.
Forse questa legge è ancora tutta da verificare, ma non v’è dubbio che l’arrivo del filmati ha per ora l’irruenza e l’invadenza d’un’ondata irresistibile. Le trasmissioni musicali tv – quelle, numerosissime, della Rai, ma anche quelle sparse in tutta la giornata delle mille reti private – ormai ci campano su, e progressivamente il consumo della musica pop si avvia a considerare irrinunciabile l’accoppiata canzone-video.
Il mercato vi si adegua con saggia anticipazione: tutte le case discografiche hanno creato una sezione «videosuono», comincia a esservi una domanda specifica di videocassette e la musica da vedere ha proposto alla fiera di Las Vegas, all’inizio dell’anno, un Video-Jukebox che Newsweek ha pubblicizzato con molta attenzione. I grandi del cinema vi son già dentro fino al collo, e i nomi più clamorosi sono quelli del «premio Oscar» Vittorio Storaro e di Ridley Scott, regista ribelle di Blade Runner.
Chi ci ha speso di più finora è Elton John, che ha dovuto impegnare mezzo milione di dollari per una sua canzonetta in immagini; ma nemmeno la regia di Macchi dall’ultimo Sanremo è parsa ignorare che sta nascendo un nuovo linguaggio «musicale».
E nelle città vengono su e diventano subito celebri i santuari della videomusica: a Milano si chiama Vuzak, a Torino è il Metro, Rizt a New York, Ica a Londra. Più tutte le discoteche che alternano i «video» con il lavoro strettamente musicale del disc-jockey.
Forse ha ragione De Gregorl con la sua «testarda» resistenza, o forse hanno capito tutto i Duran Duran che parlano d’una «nuova forma artistica». Ma intanto dal festival di Sanremo il mondo della musica si è dato appuntamento per fine aprile a Salsomaggiore, nella Rassegna internazionale del cinema: per la prima volta ci sarà una sezione dedicata alla «video-musica», con una mostra dei video «storici» ma anche con una competizione del nuovi filmati sonori. Ravera osserva e medita.

Marinella Venegoni, «La Stampa» 29 marzo 1983

Letture per approfondire la storia e le caratteristiche del videoclip

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