La musica dei Faraoni

Con quali strumenti? In quali occasioni?
Acqua se vi viene in mente un teatro, fuochino se vi sembra di sentire uno strumento a fiato, fuoco se immaginate subito un’arpa, una voce o delle nacchere.

In occasione della tappa musicale del Papirotour, ci siamo lasciati condurre da quello che le didascalie della mostra sul Libro dei morti ospitata nella nostra Sala Collezioni raccontano, esponendoci ancora una volta a quella dimensione di dialogo costante e compenetrazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra nascita e rinascita, che istintivamente riconosciamo quando si parla di Antico Egitto.

Le uniche testimonianze dirette su tradizioni e ruoli di musica e musicisti sono costituite da pitture murali tombali, manufatti e corredi funerari; numerosi anche i racconti di filosofi della Grecia antica che hanno fatto esperienza della cultura egizia e ne hanno scritto.
Come in altre culture, anche in quella egizia il primo strumento è la voce. Il suono stesso della voce costituisce lo strumento del sacerdote e mago, risuonante nei templi per cercare da lontano gli invisibili evocati.
Prima del canto, la parola, verrebbe però da considerare riguardo alla dimensione religiosa, esoterica e teogonica attribuita ad essa. Secondo i miti della creazione, attraverso la parola si estrinseca il divino: il Dio che parla è il Dio che crea.
Allora venne ad esserci (qualcosa) in quanto cuore e venne ad esserci (qualcosa) in quanto lingua nella forma di Atum (Dio creatore).
La divinità era prossima all’uomo e i rapporti tra umano e divino avevano il loro veicolo privilegiato nel culto, dove l’insieme delle parole, dei movimenti e delle azioni suggerivano il sentimento di devozione nei suoi confronti.
Nell’Antico Egitto il culto principale era rivolto a tutti gli dei in tutti i templi. Consisteva nel far entrare ogni mattina all’interno del tempio la prima luce del sole, nel rientrare verso la cella (la parte più interna) e rivolgersi alla statua del dio per lavarla, offrirle cibo e cambiarle i vestiti. In teoria poteva essere praticato solo dal re, ma mancando nei fatti al Faraone il dono dell’ubiquità, egli veniva sostituito dai sacerdoti. Il popolo non poteva assistere alle cerimonie, ma aveva la possibilità di mettersi in contatto con la divinità quando la statua del dio veniva portata in processione fuori dal tempio, in occasione di particolari ricorrenze festose.
Tra i canti sacri è giunto fino a noi (nelle molte versioni ricomposte) il Grande Inno di Aten (Aton), che offre nell’invocazione Cantanti, musicisti, gridate con gioia l’esempio di come nel periodo di Amarna – quello che vide regnare Akhenaten, il faraone eretico per aver riconosciuto il solo dio Aton – sia stato attribuito alla musica un ruolo importante nella vita di corte.
Significative le testimonianze pittoriche nelle tombe e sui muri delle cappelle del culto di Aton che riferiscono della probabile presenza a corte di musicisti familiari dei principi: anche le musiciste effigiate nei locali dell’Harem erano nobili e il Sistro che suonano il loro strumento d’elezione.
A questo proposito, il sistro, strumento a scuotimento che nell’Antico Regno era muto e che fu poi dotato di sonagli metallici, evocava simbolicamente la dea Hator, dea della bellezza e dell’amore, della musica e della danza, rappresentata perlopiù come grande mucca celeste e venerata già nell’era predinastica: portarlo non era solo un segno di devozione nei suoi confronti, ma richiamava il costante agitarsi di tutti gli esseri viventi. Non solo il sistro, ma anche la l’oboe, la lira, il tamburo rientravano nel culto di Hator, quali espressioni della valenza positiva e della grazia che incarnava.
Il sistro aveva una forte connotazione femminile (anche Nefertiti nella tomba di un ufficiale del regno è colta nell’atto di cantare accompagnandosi con questo strumento), ma venne adottato nel Medio Regno dai sacerdoti per istruire le sacerdotesse al suo uso.
Nel periodo di Amarna sono gli strumenti a corda ad avere la prevalenza, mentre i fiati – i flauti senz’altro i più antichi – sembrano scomparire: il liuto e l’arpa cambiano forme e gli stranieri importano la lira gigante. 
Le nacchere (clappers) sono invece un vero e proprio strumento a percussione e probabilmente fra i primi a comparire, già rappresentate nelle tombe dell’Antico Regno.
Canto e danza, dall’Antico al Nuovo Regno, erano comunque accompagnati da un solo strumento o da ensemble e orchestre a formazione variabile, che nel Nuovo Regno – con la comparsa di lira e flauto doppio –  si arricchiscono nella gamma timbrica.
Molto spesso a ornare gli strumenti stavano figure di animali, che simboleggiavano singole divinità e che sembravano voler indicare l’origine divina dei suoni, il richiamo alla voce divina e l’attribuzione alla musica di un effetto fisico e magico allo stesso tempo.
La musica non era solo quella dei e per i Faraoni e la loro corte.
Non mancano riferimenti ad un uso della musica più quotidiano, che accompagnava, allietava e alleggeriva i diversi momenti della vita. Leggere che il lavoro dei campi era scandito dai canti lascia immediatamente la sua impronta evocativa, a maggior ragione se – come pare – chi era dedito al lavoro agricolo cantava brani in forma responsoriale (domanda-risposta). Circostanza che offre un link diretto a quei work songs afroamericani che chi ha dimestichezza con le origini del jazz conosce bene.
Anche i tempi di altri tipi di lavoro venivano scanditi da canti e musica e particolarmente interessante è la constatazione della presenza di musica sulle navi e durante le attività marinare.
E poi ancora, nel corso delle battaglie, dove le trombe – neanche a dirlo – orgogliose della potenza di emissione sonora che era loro propria, si facevano cassa di risonanza, allarme sonoro, impartitrici di ordini e messaggi.

Il Dio della musica? Abbiano già detto di Hator, ma lui…
bes.jpgLui è Bes, dio del focolare e della famiglia, unica divinità rappresentata frontalmente nell’iconografia egizia: protettore (con Thueris) di madri, bambini e partorienti, era capace di suonare diversi strumenti e presidiava, con il suo aspetto grottesco, ai momenti più delicati e intimi della vita della donna e della famiglia, vegliando sul sonno e allontanando il maligno.

L’Antico Egitto, lo sappiamo bene, è fonte di ispirazione continua e lo è stata in particolare per la musica e i musicisti che a partire dal Settecento in Europa ne hanno subito il fascino riverberato da scoperte archeologiche e viaggi in un mondo prima sconosciuto. Ovviamente da subito fu Opera – e allestimenti in grado di lasciare libero spazio alle tante fantasie che si stavano facendo strada – con musicisti italiani (compreso Vivaldi con l’Armida al campo d’Egitto), con il grande Händel e i suoi Giulio Cesare in Egitto e Tolomeo re d’Egitto, con Rameau e il suo acte de ballet La naissance d’Osiris e poi Zoroastre, già pregno di quei riferimenti massonici sui quali Mozart, una quarantina di anni dopo, costruì la straordinaria impalcatura del suo Flauto magico. Ma questa è un’altra densissima storia che merita ben altro spazio.
Tra la prima del Flauto magico e quella dell’Aida di Verdi e della sua marcia trionfale passeranno ottant’anni. Rossini nel mezzo a mettere in musica il Mosè in Egitto e Moïse et Pharaon. E Glass in coda, per la sua dedica in musica Akhnaten a quel faraone che volle rivolgersi ad un solo dio.

Grazie alla lettura de L’Antico Egitto e la musica, di Maurizio Agrò, che trovate in biblioteca alla collocazione 809.B.70 (4)

 

 

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