Marinella Venegoni ci parla di… Franco Mamone

Franco Mamone (Verona 1941 – Milano 1998), di cui tratta l’articolo di Marinella Venegoni, fu un organizzatore, manager e promoter di eventi musicali. Insieme a David Zard e  Francesco Sanavio (di fatto, i Signori della musica degli anni ’70 e ’80) fu in grado di portare in Italia i Rolling Stones, Madonna, Michael Jackson, Soft Machine, Deep Purple, Pink Floyd, Yes, Dire Straits, Police, consacrando nel contempo con mitici concerti la grandezza di artisti del calibro di Bob Marley e Bruce Springsteen. Tuttavia, è utile aggiungere che Franco Mamone nacque come organizzatore di concerti dell’area antagonista (Demetrio Stratos, Area, Finardi, Camerini), affiancando nel contempo la scena prog e alternativa di compiante etichette discografiche italiane come la Zoo Records e la Cramps. Un nome forse dimenticato, ma assoluto battistrada della scena “live” italiana.

Il travagliato “impero rock” di Mamone che nell’81 porta in Italia Bowie e Dylan
Potrebbe essere la favola di un Cenerentolo moderno. Un modesto impiegato dell’Enel che diventa nel giro di pochi anni uno dei pochissimi «padroni della musica» giovanile in Italia.
Franco Mamone, manager musicale, ha 39 anni, e questo suo piccolo impero se l’è costruito coi quattrini dei ragazzi, cantante su cantante, gruppo rock su gruppo rock, durante dieci anni travagliatissimi nei quali ha traversato tutte le tempeste del riprendiamoci la musica; dallo scavalcamento dei cancelli alle molotov sul palco.
È stato accusato senza mezzi termini, a metà degli Anni 70, nell’infuriare degli incidenti, di essere un fascista e di assoldare squadristi di «Ordine nuovo» per fargli da gorilla ai concerti. Da quelle tempeste era uscito sconfitto. Scomparso dalla circolazione per quattro anni. “Mi sono occupato di artisti italiani all’estero”, spiega adesso, “sono stato in America. Ma non ho mai smesso di lavorare”.
I tempi ora sono cambiati. I palazzetti dello sport si sono riaperti alla musica, le star internazionali del rock circolano ormai senza pericoli. Il concerto di Santana dell’ottobre ’77 al Vigorelli di Milano che, con tutti quegli incidenti, creò la sospensione totale delle manifestazioni musicali giovanili sembra davvero relegato alla preistoria.
Anzi, il problema è opposto: molta domanda di musica, poca possibilità di soddisfarla. Perché? Risponde Mamone: “Una grossa star non la si fa arrivare se non a certe condizioni. Devi avere dei locali che ti permettano almeno settemila paganti a sera, per rifarti delle spese (come minimo 80 mila dollari, 70 milioni di lire) devi fare almeno quattro serate. E questo in Italia non è possibile: a Milano ci sono quattro palazzetti, ma nessuno te li dà. Idem a Roma, con il palazzo del Coni, che ha 16-17 mila posti. Adesso ci sono problemi anche per gli stadi. Per l’estate prossima, sto trattando con David Bowie e Bob Dylan: se vengono, non posso mandarli in parrocchia. Chiedo gli stadi se ho artisti da stadi”.
A dividersi il mercato musicale ci sono attualmente, oltre a Mamone, David Zard, Ballandi, Sanavio (per sei anni socio di Mamone). Si è affacciato e ritirato in più riprese anche il Cps (Centro programmazione spettacoli, dell’Arci), meritorio perché ha riportato la musica ai giovani dopo il lungo silenzio post Santana, con Dalla & De Gregori negli stadi. Ma reo — secondo alcuni — di essersi poi comportato come il più bieco degli impresari privati, alzando anche lui l’offerta alle star internazionali per portarle via alla concorrenza. Sembra infatti questa la logica che ha governato la passata stagione di questo piccolo ma ricchissimo mercato. Copiosissime cifre sono state perse grazie alla corsa al rialzo e all’accaparramento.
Mamone, che ha avuto come star estive Bob Marley e Peter Tosh, ne sa qualcosa: “Io mi sono adeguato alla corsa perché ci potevo arrivare: posso anche far un calcolo di investimento promozionale, e decidere di perdere cento milioni. Con questa logica, ho lanciato la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area. I Genesis, li ho fatti conoscere in Italia prima che in America. Anche i Madness, in questo periodo, sono un fatto promozionale”.
Stando ai «si dice», i grandi manager musicali avrebbero, dopo i numerosissimi e non sempre redditizi concerti dell’estate, stipulato un patto di ferro: non interferire nelle reciproche contrattazioni, non accavallare le date dei concerti. Insomma, «star» per tutti, senza perdere quattrini.
C’è stato, Mamone, questo gentlemen’s agreement. “La mia logica”, risponde, “è di avere il massimo, ma la logica generale è di non esagerare. Ci sono cose che richiedono concordia: le strutture, il servizio d’ordine, il numero dei concerti settimanali. Ma non c’è stato un accordo. Ci hanno visti prendere il caffè insieme, e tutti subito a pensare”.
Dunque, nessuna «holding» della musica. Mamone, categorico, recita il manuale del perfetto impresario: “Io devo fare l’interesse del mio artista, non quello di chi gestisce il concerto. Ci sono percentuali di consuetudine scritte nel mercato. Se viene David Bowie, lo pago quanto vogliono i suoi impresari”.
Già: i Kiss hanno voluto 70 milioni a data (si dice che Sanavio abbia perso almeno cento milioni); il reggae dell’estate scorsa è costato circa un miliardo; i Police chiedono, per la prossima primavera, 90 milioni per tre concerti. Ma, in fondo, c’è ancora qualcuno che si pone il problema dell’equo canone del rock?

Marinella Venegoni, «La Stampa» 4 novembre 1980

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