Marinella Venegoni ci parla di… Lucio Battisti

Lucio Battisti (5 marzo 1943 – 9 settembre 1998) non avrebbe bisogno di presentazioni: fu semplicemente il geniale cantante, musicista e compositore che rivoluzionò il panorama della canzone tradizionale melodica italiana. Se il suo successo è stato enorme non si deve passare in secondo piano il connubio perfetto e imprescindibile con il paroliere Mogol, insieme al quale per 20 anni sfornò dischi che ancora oggi rappresentano manifesti di un nuovo modo di interpretare e concepire la canzone e i suoi testi. Senza dimenticare la nuova dimensione musicale che assunse la sua arte dopo la rottura con l’autore milanese. Ma fu soprattutto artista schivo, riservato, apparso sporadicamente in pubblico fino alla completa sparizione dalla scena e dalle copertine dei suoi dischi. Insomma, un uomo che, come scrive Marinella Venegoni in questo articolo, scritto subito dopo la prematura scomparsa dell’artista, ha lasciato un segno indelebile per future generazioni di ascoltatori e, si spera, di musicisti.

Lucio Battisti: un uomo e i suoi misteri
Sapeva cantare l’anima di vite senza qualità
Ma se l’uomo con i suoi misteri non c’è più, l’artista e la sua musica accompagneranno ancora molte generazioni: con un legame però sempre sfuggente, controverso, perché la breve e magnifica stagione che ne ha segnato il successo infinito non gli appartiene interamente, e va divisa davvero ex aequo con l’autore dei testi delle canzoni, Giulio Rapetti, in arte Mogol. Mogol/Battisti è stata un’accoppiata unica. Ha prodotto una sintesi perfetta fra musica e parole, come si trattasse di un’unica persona. Si ricordano pochissimi casi analoghi, tipo Elton John/Bernie Taupin che però ancora oggi (anche se a profilo più basso) lavorano insieme ma vivendo separati su due diverse sponde dell’Atlantico. E chissà se proprio questo dovere di dividere comunque il merito del successo sia stato uno dei crucci che hanno accompagnato la vita sempre più nascosta del musicista. Alla fine dei Settanta, Lucio Battisti aveva litigato, e rotto, con Mogol perché quest’ultimo pretendeva pari dignità anche economica nella divisione delle royalties delle canzoni: un atteggiamento di principio, quello di Battisti, che non si sa quanto avesse a che fare con la tradizionale parsimonia del personaggio, e quanto invece fosse un orgoglioso rivendicare il primato della musica sul testo. Dal 1980, quando Una giornata uggiosa chiuse per sempre il magico sodalizio, Battisti continuò a tentare di uccidere la parola che accompagnava le sue musiche: affidandosi prima, nell’82, alla penna della moglie Grazia Letizia Veronesi per il modestissimo E già; dal Don Giovanni in poi scritturò Pasquale Panella, uno che per lui ha giocato con le parole come con la cabala, assemblando assonanze in modo più o meno ironico. Fino alla perdizione linguistica. L’accoppiata si è consumata poi per sempre nel ’94 con Hegel, l’ultimo suo album. Con versi come «Il disco del discobolo è cromato…/ nelle piramidi continuamente scatta un otturatore…» Battisti ci confessava anche che non voleva mai più essere cantato. Prima dell’incontro con Mogol, nel ’66, lui era stato soltanto un ex musicista dei Campioni di Tony Dallara, che poi aveva abbandonato per tentare l’avventura solista. Il primo esperimento di testo e musica consegnato agli amici Dik Dik, Se rimani con me, ebbe esito zero; la sua tecnica compositiva si accese solo dopo l’incontro con l’autore milanese, anch’egli in cerca di nuove emozioni. Già in Dolce di giorno o Il vento scritte con Mogol sempre per i Dik Dik, e in 29 settembre affidata nel ’67 all’Equipe ’84, la scrittura complessiva si rivelò nuova, anzi rivoluzionaria. Un misto di rock, soul e melodia italiana, un ritmo incandescente e insieme pacato. Con soluzioni inattese e cambi che spezzavano all’improvviso l’atmosfera, aprendo sempre nuovi orizzonti. La coppia offrì i suoi pezzi ai grandi del tempo, Mina, Lauzi, Patty Pravo; ma fu l’invito alle trasmissioni tv della Tigre di Cremona a liberare Battisti dai lacci dei Cantagiro e dei Dischi per l’Estate, e a farlo diventare un artista invece che un autore. Dai primi Settanta in poi, mentre scoppiava l’onda del rock progressivo, Battisti e Mogol lavorarono solamente in proprio, e piazzarono nei cuori e nelle classifiche tutti i loro album: Lucio Battisti del ’69, Emozioni del ’70, Amore non amore del ’71 con Dio mio no; tra il ’71 e il ’72 nacquero Lucio Battisti vol. IV, che conteneva Mi ritorni in mente, Umanamente uomo: il sogno con I giardini di marzo, e Il mio canto libero; del ’73 è Il mio caro angelo con La collina dei ciliegi; del ’74 Anima latina dove il ritmo si libera dall’ispirazione anglosassone; del ’76 La batteria il contrabbasso… con Ancora tu; del ’77 Io noi tutti che conteneva Sì viaggiare; del ’78 Una donna per amico. Sarebbe stata molto più malinconica la vita di tutti noi, senza le discese ardite e le risalite, senza le innocenti evasioni che queste canzoni raccontavano. In quella musica e in quelle parole filarono via storie di ordinaria quotidianità, storie di uomini e di donne ritratti nelle loro brucianti amarezze («Fiori rosa fiori di pesco / C’eri tu / Fiori nuovi stasera esco / ho un anno di più…»). La poesia sapeva ritrovarsi come un messaggio insignificante negli spiccioli di vite senza qualità, fin nei banchi dei supermercati («in un grande magazzino una volta al mese.…»), però il telefilm non è stato mai banale, e mai doppiato, e l’originalità non è sfuggita allo starsystem internazionale più attento: qualche tempo fa era stato David Bowie a confessarci di ascoltare spesso Battisti e di apprezzarlo molto. Dentro la musica poi, Lucio portava anche quella straordinaria voce rauca e nera, così diversa dalla nostra tradizione canora delle ugole comunque morbide. Una voce che si apriva e si chiudeva e si spezzava all’improvviso. Sensuale, ironica, disperata e indifferente insieme, questa voce esaltava con il falsetto il suo canto libero oppure urlava a pieni polmoni la disperazione solitaria e collettiva di un Voglio Anna. Con le sue canzoni, Lucio Battisti ha acceso dibattiti che non si sono mai placati. Si disse che la gente di sinistra lo ascoltasse di nascosto (perché in quegli anni la si supponeva dedita solo ai pugni in tasca e alla canzone d’impegno), e un suo disco fu trovato perfino in un covo delle Brigate Rosse a Roma, durante una perquisizione. Ma all’esplodere della sua malattia lo scontro delle ideologie si è ripreso il campo, come se gli anni non fossero nemmeno passati: Michele Serra su Repubblica lo ha definito un “canzonettaro” plebeo, re della spiaggia, e il Secolo d’Italia lo ha rivendicato come eroe della sua parte politica. Ieri, in silenzio com’era vissuto per trent’anni, lui se n’è andato portandosi via con sé il mistero di questi suoi tormentati segreti; ma dietro la sua spigolosa storia d’uomo resterà comunque sempre l’eco di quella musica inconfondibile e facile, il suono che la gente comune, i ragazzi con la chitarra e quattro accordi, ricorderanno come la colonna sonora delle loro emozioni più profonde.

Marinella Venegoni, «La Stampa» 10 settembre 1998

Proposte biblio-discografiche

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