Brian Eno. APOLLO: Atmospheres & Soundtracks

Nel luglio del 1969, come di recente è stato celebrato, ripetuto e documentato, gli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin realizzarono un enorme passo nella storia dell’umanità conquistando, con un atterraggio spettacolare e storico, la luna: era il 20 luglio del 1969. La missione, denominata Apollo, inserita in un programma di più ampio respiro iniziato nel 1961, prefissava, secondo le parole del presidente americano John F. Kennedy, la conquista del nostro satellite entro la fine del decennio.
Ovviamente, non siamo qui a raccontare la straordinaria storia di una conquista tecnologica che ha lasciato un segno indelebile nella memoria della umanità, ma più semplicemente per riprendere l’ascolto di un disco, uscito nel 1983 ad opera di Brian Eno, i cui solchi prendono le mosse proprio da quel progetto e ne raccontano la storia come solo la musica sa fare. Sarebbe troppo semplice, ma assolutamente corretto ed esemplare, invitare l’ascoltatore a sedersi comodamente su un divano e lasciarsi trasportare “altrove” dai dodici brani che si snodano lungo i 49 minuti di fluttuazioni senza continuità di sorta del disco, oscillando insieme ad essi fra gli spazi siderali dell’universo o lungo coordinate non codificate che portano lontano anni luce grazie a multipli passaggi spazio-temporali. Brian Eno, scienziato autodidatta della musica, già nel lontano 1968 aveva teorizzato ”la musica per non musicisti”, deduzione secondo la quale il patrimonio musicale non appartiene più a compositori ed esecutori ma a “incompetenti geniali”, manipolatori di nastri e synth, equalizzatori e altri svariati marchingegni elettronici. Partendo da questa geniale elaborazione Brian Eno si inoltrò in territori visionari che lo traghettarono verso percorsi armonici svuotati fino a trasformarsi e ridursi in frammenti indistinti di suoni e toni riciclati e trasformati in studio da complesse operazioni di vera ingegneria musicale. La musica, così ridotta, mutilata, diventa nient’altro che parte di un ambiente, sia esso un aeroporto, una sala d’aspetto, un luogo comune che ne assorbe rumori ed echi e riverberi e che trasforma il primigenio concetto musicale in un semplice sottofondo privo di parti ritmiche, che non richiede più un ascolto attento. Furono queste le feconde intuizioni che, punto di partenza imprescindibile, oltre a coniare il termine di ambient music, lo posero di fatto come il padre di questo genere: Brian Eno ha attraversato nuovi mondi e frontiere, dando vita a vere e proprie sculture sonore, pietre miliari in stretta relazione simbiotica con l’ambiente e lo spazio circostante e i seminali lavori usciti dalla sua mente ancora oggi pongono le basi per percorsi musicale interessanti e straordinari. Apollo: Atmospheres and Soundtracks (1983) fu originariamente commissionato come colonna sonora per un documentario del regista Al Reinert, composto di filmati inediti, in 35mm, dello sbarco dell’Apollo 11 (il film verrà reso disponibile solo nel 1989 con il titolo di “For All Mankind”). Durante la preparazione del disco, Eno scoperse che a tutti gli astronauti della missione Apollo 11 fu concesso di portare una cassetta nello spazio e quasi tutti avevano scelto il country come genere prediletto. Il maestro britannico si muove dunque su di un terreno di non musica, dipanando un capolavoro che oggi, rimasterizzato ad alcuni decenni di distanza, descrive il vuoto dello spazio e il silenzio, la desolazione in essi insita, ma in grado di muovere sensazioni ed emozioni irripetibili e suggestive. E la grandezza di questo capolavoro sta proprio nella sua capacità di organizzare compiutamente la frontiera dell’era spaziale fatta di essenza imperscrutabile fuori da ogni logica temporale, commemorando perfettamente l’evento colossale da cui prende le mosse e che va a porsi al di là di ogni logica temporale, puro e distante, inconoscibile e fugace, delicato e serenamente stupendo nello stesso tempo. La musica di Apollo va ascoltata al di fuori dei canoni musicali riconosciuti e prestabiliti e universalmente accettati di bellezza e melodia, bello e brutto, gusto e sentimenti: questo, perché i parametri di valutazione sono validi qui, sulla Terra, e dotati di pesantezza corporea, di leggi diverse, di gravità e coordinate precise. Ma oltre, visti da “lassù”, i valori e i pesi cambiano e seguono altre leggi, altre coordinate: al di là dell’atmosfera altre logiche regolano lo spazio e la musica non è più nostra e ci permette di essere qui e altrove: varcati i confini conosciuti si entra nel mondo dell’assenza, della appartenenza agli astri, alla via Lattea o, come è stato scritto, al concetto stesso di Dio (per chi ci crede). L’esperienza estatica che ne scaturisce permette di cogliere sonorità impalpabili, leggere, eteree, fino a farle diventare parte integrante di noi stessi, disegnando una colonna sonora lungo il viaggio immaginario in altre galassie, ai confini di un infinito impossibile e incommensurabile. Durante l’ascolto delle tracce si prende coscienza della mancanza del Tempo, inteso come susseguirsi di attimi: le fluttuazioni non hanno ritmo perché tutto scorre impercettibilmente e dove non c’è tempo non esistono moduli e regole; non esiste melodia, intesa come susseguirsi di accordi, è assente la voce, che pur eterea e angelica costituirebbe quasi un fardello ingombrante rispetto ad una esperienza di tale intensità e soprattutto questa musica non ha peso, non ha musicisti ma solo ed esclusivamente “unità armonica”, consapevolezza spirituale. Le dodici perle del disco riflettono una luminosità e un candore disarmanti, la piena consapevolezza di aver raggiunto una entità superiore in lente spirali incorporee perse nel nulla, abbagliate dal nero colore del cosmo. Nel vuoto siderale dello spazio nell’orbita della luna non c’è rumore e quindi la musica deve mimetizzarsi ancor più con questo nulla cosmico: brani come Matta o Under star II rappresentano il suono del nulla; in altri episodi, invece, il disco prende le sembianze di un viaggio sognante verso le stelle ed è proprio grazie alle più famose An ending (Ascent), una perla ambientale assoluta, fulgida, garbata e pura, inarrivabile, o Stars, che Apollo diventa un capolavoro di minimalismo melodico e compositivo. Forse, a questo punto, è arrivato il momento di sedersi su di un divano, in casa, indossare un buon paio di cuffie e lasciarsi trasportare altrove: probabilmente, ogni tanto, ne vale la pena.

Proposte biblio-discografiche

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