Billie Holiday, Elizabeth Maconchy e una nuova serie di parallelismi improbabili

Gli anni sono quelli e da quelli partiamo. Inizio secolo scorso, 1907 e 1915, due continenti distanti, due storie parallele ed estremamente diverse, due protagoniste musicali.
Se il nome di Billie Holiday non giungerà nuovo alle orecchie di molti dei nostri lettori, probabile sarà la virtuale comparsa del punto interrogativo pendente sul capo alla citazione di Elizabeth Maconchy. Forse perché Billie è stata un’icona del blues e del jazz in una terra e in un momento in cui il jazz e il blues erano unici e stavano esplodendo; ed Elizabeth era una compositrice di musica classica, fatto di per sé considerato eccezionale, e la musica classica non era già più classica, perché il Novecento è il secolo dello spariglio e dello scompiglio.

Le date quelle della loro nascita, la prima di Elizabeth, nata da genitori irlandesi e cresciuta tra Inghilterra e Irlanda. Padre avvocato, madre casalinga, infanzia e giovinezza ad Howth, nella baia di Dublino, subito dedicate alla musica. Con gli insegnanti di pianoforte e di armonia e contrappunto che insieme alla madre – rimasta presto vedova – scelgono per Elizabeth un percorso di studi lontano dalla capitale irlandese. Non potrà che essere Londra.

La mamma e il babbo erano due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciott’anni, lei sedici, io tre. Con questo celebre incipit ha inizio l’autobiografia di Billie Holiday, nata Eleanora Fagan – il bisnonno era irlandese (storia questa che varrebbe da sola un approfondimento) – sulla vita della quale il critico Francis D. Fedang sentenziò: ebbe una vita febbrile, escogitò stratagemmi, si prostituì e sopravvisse. Cantando, aggiungiamo noi, contro e oltre ogni vessazione, sopruso ed eccesso.
La madre di Billie, dopo la scoperta della gravidanza, viene licenziata dalla famiglia presso la quale presta servizio e per cercare lavoro e opportunità lascia Baltimora alla volta di Long Branch, affidando la piccola ai nonni; il giovanissimo padre si troverà ben presto nel mezzo della guerra europea. Al suo rientro, sarà la passione per la musica e per altre donne a portarlo via.
Dopo un tentativo di violenza a 10 anni e una subita a 12, Billie vien messa su un treno per raggiungere la madre. Finalmente quel viaggio verso nord: nella testa di Billie la destinazione finale deve essere New York, Harlem, The Ghetto, che diventerà di lì a pochissimo l’anima della cultura nera d’America.

A Londra Elizabeth viene accudita musicalmente da Vaughan Williams. Finito il suo percorso di studi nella capitale inglese è lo stesso compositore a imprimere una spinta centrifuga alla sua carriera, in una direzione quanto più possibile lontana dai condizionamenti delle tradizioni musicali non solo inglesi. Nel 1930 raggiunge Praga, un posticino indipendente dove tutti lavorano perlopiù da soli e dove c’è sicuramente posto per una proposta musicale diversa.
Dopo la prima esecuzione praghese del suo Concerto per pianoforte Betty prende coraggio e invia la parte di The Land a Sir Henry Wood, ideatore e anima dei Proms, i Promenades Concerts della Queen’s Hall, che si convince subito a presentare proprio all’edizione del 1930 il brano della Machonchy: un successo autentico, con tanto di nome in prima pagina sui giornali, critici dalla penna morbida e quasi stupiti di non riconoscere nel tratto compositivo di Elizabeth – più tardi definito cerebrale ma anche sentimentale – quelle caratteristiche che gli stereotipi di genere tendevano ad assegnare alla musica femminile.

Se la New York nella quale cresce è quella dell’Harlem Renaissance degli anni Venti, per mantenersi Billie lavora come prostituta in uno dei più prestigiosi bordelli clandestini del quartiere. Dallo sfortunato incontro con uno dei boss di Harlem inizierà una spirale di carcerazioni, rilasci e di nuovo carcerazioni destinata a lasciare un irrimediabile segno.
Ma non sono ancora quelli i tempi.

Quando alla fine la mamma e io potemmo riunirci dopo aver trovato una casetta tutta per conto nostro, ad Harlem era l’anno della crisi. Almeno così ci dissero, perché per noi, le crisi, non eran certo una grande novità.

Gli anni Trenta sono quelli della Depressione, che ad Harlem picchia duro più che altrove: Billie però inizia a farsi ascoltare da chi di musica ne capisce e per lei gli anni dal 1933 al 1941 sono il periodo d’oro delle incisioni discografiche e degli ingaggi. Prima con Benny Goodman e la sua orchestra, poi con il pianista Teddy Wilson. Billie Holiday sta diventando Lady Day e la voce di Lady Day fatta di un inconfondibile e struggente impasto di angoscia, equilibrio, talento, sfumatura espressiva e personalissima interpretazione.

La crisi del 1929 si fa sentire anche dall’altra parte dell’Oceano. Elizabeth Maconchy nel frattempo si è sposata con il solerte bibliotecario medico del Royal College of Surgeons e queste circostanze messe insieme impongono un cambiamento di prospettiva. Le occasioni per veicolare la sua proposta musicale si interrompono; nessuno sembra interessato a commissionare o a eseguire la sua musica. Ma l’intraprendenza non manca e arriva in soccorso anche quella di altre tre donne, la violinista Anne Macnaghten, la direttrice d’orchestra Iris Lemare e la compositrice Elisabeth Lutyens. Insieme trovano lo spazio, il Ballet Club di Notting Hill, e il modo, una stagione di musica nuova, per far ascoltare la loro musica, in particolare quella di Elizabeth: ai Macnaghten-Lemare Concerts la Maconchy sarà la compositrice più eseguita, seguita da Benjamin Britten.

Nel 1939 Billie approda al Café Society del Greenwich Village, un club interraziale, il primo di New York, cantando accompagnata dai migliori musicisti jazz su piazza. Dietro di lei stanno le orchestre di Count Basie e Artie Shaw e quello è un buon momento per la sua vita artistica, quando si delinea chiaramente il suo stile, che  – a prescindere da ciò che si appresta a cantare – passa da un peculiare modo di trattare il testo in rapporto alla musica e al ritmo. L’artista aveva un potere evocativo, la capacità di eliminare emozioni conflittuali con il più piccolo giro di fraseggio.
La fatica di tenere tutto insieme e le tante contraddizioni si stanno però facendo via via più pressanti, tanto da indurla al tentativo di neutralizzarle con alcol e stupefacenti. La necessità di sentirsi libera sul palco (probabilmente l’unica libertà alla quale potesse aspirare) ha un prezzo altissimo e l’abuso di droga non manca di presentaglielo. Ai primi concerti da solista fanno da contraltare la fine del suo matrimonio e la morte della madre. Alle decisioni di sottoporsi a cure per la disintossicazione, seguono repentine ricadute. Nel 1947, dopo aver preso parte nel ruolo di domestica al poco amato film New Orleans, viene arrestata a Filadelfia e condannata a più di un anno di reclusione per essere stata trovata in possesso di droga: con la buona condotta sconta nove mesi e una manciata di giorni dopo è già a New York per uno strepitoso concerto alla Carnegie Hall.

Per Elizabeth gli anni immediatamente precedenti alla guerra sono quelli della musica da camera e della lotta alla tubercolosi: i quartetti per archi diventano il suo approdo formale e concettuale prediletto. Betty si autodefinisce egoista e solitaria, incapace di pensare di lavorare con altri, chiusa in un’autodisciplina feconda. La BBC manda in onda la sua musica e quella stessa musica è ascoltata nelle grandi capitali d’Europa.
Se per la prima gravidanza sceglie di riparare in Irlanda, il ritorno in Inghilterra costringe tutti a fare i conti con la guerra. Prima la sopravvivenza, ma la musica immediatamente dopo: incredibilmente, nel 1942 il suo Dialogue viene eseguito ai Proms e lei con Britten vengono assurti a baluardo della tradizione inglese, simbolicamente richiamando e incarnando la resistenza della nazione.
La tubercolosi si porta via la sorella e subito dopo muore anche la madre; Elizabeth deve sopportare anche il dolore di veder scomparire brutalmente molti amici e colleghi ebrei che erano stati deportati; con l’inasprirsi del conflitto ripara con la famiglia negli Stati Uniti, tornando in Europa alla fine della guerra per stabilirsi nell’Essex. Nasce la seconda figlia e per Betty il lavoro al pianoforte diventa ancora più faticoso, lasciato alle sere e alle notti: con la lucidità di sempre, ammette la difficoltà di conciliare la composizione con le necessità derivanti dal seguire seriamente la crescita delle figlie. 

A New York Billie deve difendersi da strumentalizzazioni e boicottaggi di ogni genere. La Città le revoca la possibilità di cantare nei cabaret, ci sono altri arresti, i presunti amori sono quelli di uomini che successivamente tradiscono e picchiano.
Decca le revoca il contratto e dal 1952 è Norman Granz a produrre i suoi dischi. Quell’anno inizia con un nuovo matrimonio, salutato da un giornalista con un articolo intitolato A new day e dal suo pubblico con l’entusiasmo di rivederla fiera sul palco.
Passano quattro anni e quella magia sembra un ricordo. I pomeriggi negli studi di registrazione iniziano con la valutazione dello stato della voce dell’artista e della possibile tonalità nella quale sarà in grado di cantare. Poi un nuovo arresto, questa volta in compagnia del marito e per lo stesso maledetto motivo di sempre.
Viene pubblicata la sua autobiografia – La signora canta i blues – curata dall’amico giornalista William Dufty, dissezionata da una sequela di interventi a mezzo stampa. Poi il tracollo.
Attraverso una serie di articoli laconici il New York Times annuncia il ricovero in ospedale, la sorveglianza della polizia, la morte e il funerale della cantante.
Billie Holiday muore in un letto d’ospedale il 17 luglio del 1959,  come aveva previsto lei stessa, sorvegliata da due poliziotti.

Elizabeth vivrà ancora a lungo, continuando a plasmare quel difficile equilibrio tra impegni familiari e composizione, insistendo con i suoi quartetti, entrando nel comitato direttivo della Composers Guild of Great Britain – associazione di compositori britannici della quale diventerà successivamente presidente – per vedersi riconoscere successivamente l’onorificenza di Dame of the British Empire e vincendo il concorso per una Coronation Overture per la nuova regina (l’attuale Elisabetta II, incoronata nel 1953).
Verranno altri lavori, alcuni ammiccanti e meno severi (si veda The Sopha) le lasceranno il gusto di dimostrare alla critica e al pubblico di sapersi e di saper divertire. Gli ultimi, My Dark Heart nel 1981 e Music for Strings nel 1983, facendola tornare a quelle istituzioni dalle quali tutto era cominciato e che avevano continuato a seguirla e a sostenerla.

 

Le letture-bussola:
Il caso Billie Holiday di Giorgio Campanaro, alla collocazione VEN.515
La signora canta i blues, alle collocazioni 801.H.50 e 807.L.21
Note dal silenzio di Anna Beer, alla collocazione 811.D.69 (17)

Senza dimenticare i tanti CD della nostra fonoteca!

 

 

 

 

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