I 250 di Ludwig (van Beethoven). Episodio 4 – Il testamento di Heiligenstadt

Tra aprile e maggio del 1802 mi trasferisco ad Heiligenstadt.
Ho bisogno di un rifugio e questo villaggio mi piace per la serenità che le persone sanno trasmettere e la vita semplice e quieta che mi galleggia intorno.
Continuo a lavorare, perché così esigono il mio spirito e le necessità quotidiane. Aber… nel giro di qualche mese scopro che la mia sordità non conoscerà cura. Mai.
Eccolo il dolore, sordo anch’esso, profondo, quasi definitivo.
Nuovamente scrivo e quello che scorrerà davanti agli occhi di chi troverà questo documento è un’invocazione ai miei fratelli e all’umanità intera.


Ai fratelli

Heiligenstadt, 6 ottobre 1802

O voi uomini, che mi ritenete astioso, scontroso o misantropo, quale torto mi fate! Voi non sapete la ragione segreta di ciò che l’apparenza vi mostra. Il mio cuore e il mio pensiero furono fin dalla fanciullezza per il dolce sentimento della benevolenza e io sono sempre stato propenso a compiere grandi azioni. Valutate però che da sei anni sono colpito da un male senza speranza, peggiorato da medici incapaci […], alla fine costretto ad accettare la prospettiva di una malattia perenne […]
Se a volte son riuscito a non preoccuparmene, con quanta durezza mi riportava alla realtà l’esperienza del mio debole udito; eppure non mi era ancora possibile dire agli uomini: parlate più forte, gridate, perché sono sordo […]
Devo vivere come un bandito: se mi avvicino alla gente mi assale un terrore violento, avendo il timore di essere esposto al pericolo di lasciar scorgere il mio stato […]
Ma quale umiliazione ho provato se qualcuno, standomi vicino, udiva un suono da lontano e io nulla, o se sentiva il canto del pastore e io di nuovo nulla.
Questi episodi mi hanno spinto sull’orlo della disperazione: poco ci è mancato che non la facessi finita – solo l’arte mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile lasciare questo mondo prima di aver espresso tutto ciò per cui mi sentivo chiamato […] Pazienza, così è, devo sceglierla come guida e rimaner saldo nel proposito […]
Tu, essere divino, sai che in me è radicato l’amore per l’umanità e il desiderio di fare del bene. – O, uomini, se un giorno leggerete queste parole, pensate che mi avete fatto torto, e l’infelice si conforti di trovare un suo simile in me, che, nonostante la Natura gli sia stata avversa, ha comunque fatto tutto quanto era in suo potere per essere considerato e accolto nella schiera degli artisti e degli uomini degni.
Voi, fratelli miei, quando sarò morto, chiedete a nome mio al dottor Schmidt, se sarà ancora in vita, di descrivere il mio male e allegate questo documento manoscritto al suo resoconto, affinché il mondo, dopo la mia morte, possa riconciliarsi con me. – Al tempo stesso vi dichiaro eredi del mio piccolo patrimonio (se così può definirsi); dividetelo equamente, siate tolleranti e aiutatevi l’un l’altro.
Raccomandate la virtù ai vostri figli: essa soltanto può rendere felici, non il denaro, parlo per esperienza. Grazie ad essa e alla mia arte, non ho posto fine alla mia vita con un suicidio. – Addio; amatevi! […]

Heiligenstadt, il 10 Ottobre

Così prendo congedo da te e con tanta tristezza. – Sì, quella speranza accarezzata – che ho portato qui con me, di guarire almeno in parte, devo adesso completamente abbandonare […] O Provvidenza – concedimi almeno un giorno di pura gioia! – Già da tempo non sento l’intimo impeto di vera gioia! – Oh quando – quando, Essere Divino – potrò sentirla ancora nel tempio della natura e degli uomini? – Mai? – No – Oh, sarebbe troppo crudele!

Beethoven-scrive-il-suo-testamento
Il testamento di Heiligenstadt – Prima pagina del manoscritto

La realtà è che dopo aver lasciato la mia anima errare nella più cupa disperazione, troverò il modo per uscirne. Questa è stata la mia forza e questa è la forza che ogni uomo è capace di esprimere.
Gli scritti che avete letto saranno trovati dopo la mia morte dentro un cassetto insieme a una lettera di ben altro tenore, che però – assicurano gli studiosi dopo una minuziosa indagine – scriverò nel 1812.
A proposito di tenore, a distanza di due secoli c’è chi ha dissezionato il mio testo, la mia invocazione, l’espressione del mio legittimo smarrimento! E i toni studiatamente patetici… e l’emotività, l’ambiguità, gli sbalzi d’umore… E ancora la circostanza che cito solo mio fratello Karl e non Nikolaus Johann e che dopo essermi rivolto a loro due soli, invoco l’umanità intera; per poi tornare ad un solo individuo, me stesso, chissà. Che non è stato scritto di getto e che ho tentato di dare spiegazioni razionali all’irrazionale che irrompeva nella mia vita.
Ma insomma! Avrò pur il diritto di lasciarmi andare allo sconforto e di sfogarmi!
A voi non capita mai?
Vi capita eccome, e non aspettate neanche di trovare una spiegazione, di darvi il tempo di una qualche sorta di elaborazione! Scrivete o parlate senza pensare, e subito lo saprà l’umanità intera…
Salta anche fuori che la sordità che lamento in fondo è sporadica, parziale, e che ho goduto di lunghe parentesi in cui sentivo bene e continuavo a comporre Meine Musik.
Es ist gemein!

Vi racconterò meglio, o forse potremmo non tornare sull’argomento.
Ma sicuramente sarà nel prossimo capitolo.


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