I 250 di Ludwig (van Beethoven). Episodio 7 – Le relazioni pericolose

Reduce dal corteggiamento mal condotto e malriuscito a Thérèse Malfatti, mi stavo avviando verso il mio destino amoroso


Oh, quelle lacrime d’occhi silenti
Con il loro splendor colmo d’amore,
Potess’io cogliere dalle tue gote
Pria che di lor la terra ne imbeva

Questi sono i versi del Lied An die Geliebte; lo compongo nel dicembre del 1811. Sul manoscritto, nell’angolo superiore destro della prima pagina, compare la frase: Da me richiesto all’autore il 2 marzo 1812.
Lo so, sto mettendo a dura prova la vostra pazienza. Ma giungerete a capire meglio seguendo le orme di Maynard Solomon, che più di altri si è speso nella ricostruzione della mia vita.

Dovete sapere che questo Lied è praticamente l’unico per il quale abbia espressamente indicato la possibilità di un accompagnamento di chitarra. Considerate poi che la grafia dell’appunto che troneggia sul manoscritto che vi ho appena citato sembra somigliare a quella di Antonie Brentano (nata Antonie von Birkenstock e sposata a Franz Brentano) e che la stessa Antonia suonava la chitarra.
Due fra i tanti indizi ricostruiti dall’impareggiabile spirito investigativo di Solomon ci aiutano a comporre il rompicapo sul quale molti hanno sorvolato o si sono arenati e che invece sono il fulcro della mia vita più intima, del mio vero, travagliato e impossibile amore.
Birbanti! Lo so a cosa state pensando! Un altro amore impossibile? Una delle relazioni inconcludenti della mia vita sentimentale?
Non meritate risposta…
Procederò invece per ordine, in modo tale che possiate farvi un’idea più precisa di come sono andate veramente le cose.
Nell’ottobre del 1809 fa ritorno a Vienna, sua città natale, Antonie von Birkenstock, spinta dalla volontà di rivedere il padre in fin di vita. Arriva con due dei suoi figli, si stabilisce nella residenza di famiglia e poco dopo la raggiunge il marito Franz.
La conosco grazie alla presentazione di Bettina Brentano, che ho nel frattempo iniziato a frequentare insieme a tutta la sua famiglia e che è ospite a casa Birkenstock.
Bettina, e il piacere di frequentarla, sono la risposta ai tormenti sopportati dopo il rifiuto leggero e disinvolto di Thérèse.

Mi fa così tanto piacere stare in quella casa che mi ci reco sovente. Trovo adorabile la compagnia di Bettina, insieme all’entusiasmo dei bambini quando mi metto al piano; i piccoli stessi ricambiano le visite venendo a casa mia e portandomi doni: una dolce consuetudine che non manca di rendere appaganti e cari quei momenti.
Dopo la partenza di Bettina, l’amicizia con Antonie prosegue, facendosi sempre più solida. Lei cerca di trattenersi il più possibile a Vienna, perché la sola idea di tornare a Francoforte le appesantisce lo spirito, e con ciò, è la salute a risentirne.
Il lavoro non è veloce e proficuo come quello d’un tempo, anche se continua ad impegnarmi molto: sto terminando di scrivere le musiche di scena dell’Egmont, tratto da un poema di Goethe a me particolarmente caro per l’incarnazione di libertà, fierezza e indipendenza che l’eroe e martire fiammingo rappresenta e per l’evidente parallelismo del tema della liberazione nazionale con le vicende dell’occupazione francese di Vienna. Inaspettatamente ricacciandomi nel gorgo della musica scritta per le scene.
Contrariamente alle mie abitudini di passare i mesi estivi in campagna, mi reco a Teplitz e lì, dopo aver messo in ordine per darlo alle stampe l’oratorio Cristo sul monte degli ulivi, scrivo le musiche di scena per Le Rovine d’Atene e per il Re Stefano.
Al rientro a Vienna, c’è altro ad attendermi. E la musica questa volta è solo uno strumento.
Antonie, pur nella fatica di percepirsi malata e afflitta, in risposta ad una richiesta di Clemens Brentano di far musicare un testo inviatole, nel gennaio del 1811 scrive: Metterò l’originale nelle sante mani di Beethoven, che io venero profondamente. Egli si muove tra i mortali come un dio, il suo atteggiamento altero verso il basso mondo e la sua cattiva digestione lo opprimono solo momentaneamente, poiché la musa lo abbraccia e lo stringe al suo caldo seno.
Capite quale stima? Non è forse amore questo?
Sicuramente il rapporto fra Antonie e il sottoscritto comincia ad assumere caratteristiche alquanto differenti da quelle di una semplice amicizia, ma se dovessi dirvi di un momento, un episodio o un indizio preciso, temo che vi deluderei.
Concorderete che qualche traccia c’è già in queste dichiarazioni, così come nella già citata dedica del Lied An die Gesange, nel dono che faccio ad Antonie di altre composizioni, nel mio esserle accanto sempre, anche nei momenti della malattia in cui nessuno è ammesso a farle visita, salvo il sottoscritto.
Antonie, complice anche lo stato di salute nel quale versa, fa quanto è nelle sue possibilità per trattenersi a Vienna. D’altra parte, chissà a cosa si riferisce quando scrive in un’altra lettera indirizzata nel gennaio del 1812 a Clemens Brentano: sono trattenuta nella mia città natale da una dolce necessità […] e sto godendo quella vera gioia e quel benessere che si creano in circostanze libere da costrizione.
Arriva dunque l’estate del 1812 e nuovamente alla fine di giugno lascio Vienna per recarmi a Teplitz. Prima però faccio un salto a Praga, nella quale giungo il primo di luglio, e dove ho alcuni appuntamenti da onorare.
Antonie invece parte per Karlsbad, secondo alcune fonti passando anche lei da Praga intorno al 3 luglio, insieme a Franz e a uno dei suoi figli .

Date queste premesse, giunge infine quel 6 luglio nel quale, da Teplitz, mi concedo di prendere la matita in mano, rivolgendo il pensiero e l’anima all’unica donna che abbia ispirato i miei sentimenti ad un punto così alto e appassionato.


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